LA FORMA DI ALEXANDER PLATZ

di Nick Testa

Le cose che avevamo detto attorno al tavolino di un bar, poi dimenticate dentro un bicchiere, ci avevano lasciato la sensazione di una dubbiosa pienezza.
Tu mi dicesti che ormai tenevi il cuore in frizer, accanto alla bottiglia di vodka, e io ti risposi che avresti dovuto riprenderlo nel petto e magari continuare a metterci accanto la stessa bottiglia di vodka.
Chi ha la gola resistente riesce a mandarla giù comunque anche se è calda, anche se non era il caso tuo.
Eravamo a Berlino da 48 ore, era il 5 dicembre ed erano di nuovo gli anni 10, di un nuovo secolo; da un giorno all’altro arrivò anche la neve e io avevo le mani ghiacciate da non sentirle più. Ti dissi di entrare in uno dei laboratori al piano terra della Tacheles per riscaldarci un po’. Quell’edificio aveva sempre l’aria pericolante, pareva tenersi in piedi per miracolo ma era incredibilmente ben riscaldato in alcune stanze, ritagliate dal mondo esterno e senza tempo, dove tutto diceva ancora Money on the wall, money under the bombs, ma con parole nuove. C’era talmente tanto da dire che le parole sembravano sempre più insufficienti, si accalcavano in gola, erano un sorso di vodka che non va giù ma non riesci a sputare, una folla che vuole passare tutta insieme per la medesima piccola porta nello stesso momento.
Alla fine decidemmo di dirci tutto ma parlammo pochissimo.
Poco, tanto, qual era l’unità di misura? Mi tornò in mente di aver discusso con il mio più caro amico, anni prima, mentre cercavo di convincerlo che, no, lui non sapeva niente del mio dolore perché le ragioni del suo dolore, cui paragonava il mio, erano un’inezia a confronto dei miei drammi. Lui mi spiazzò dicendomi «Come puoi pretendere di misurare il dolore?» e io restai lì a digrignare i denti. Capii il senso del suo discorso a scoppio ritardato. Era così, non solo per il dolore, per tutti i sentimenti. Non è mai una questione di quantità ma sempre di qualità.
Mi chiesi cosa ci facevamo a Berlino, con le scarpe affondate nella neve e i nostri cinque giorni a forma di Alexanderplatz.
Col cappello calato fin sugli occhi e la sciarpa tirata sopra il naso, la tua unica risposta fu che non ci facevamo
niente a Berlino, che avremmo potuto essere ovunque e sarebbe stato uguale.

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