ROMA FICTION FEST 2015

di Vera Viselli

La nona edizione del Festival della Fiction torna al Cinema Adriano 

e torna (fortunatamente) al Concorso Internazionale, che conta 12 titoli (Capital, Deutschland83, Glitch, Glue, O Hipnotizador, Limbo, The Man In The High Castle, Mr. Robot, Occupied, Trapped, Trepalium, Trial Of Chunhyang: A Girl Prosecuted By Feudalism).
Inoltre, sono stati 9 i titoli presentati Fuori Concorso (Lea, 10% Call My Agent!, Buddha: King Of Kings, Fear The Walking Dead, King For A Term, The Last Panthers, Il Sistema, Versailles, Wicked City); 15 quelli della sezione Serial Crime (Acquitted, Bad Guys, Candice Renoir, Entre Canibales, Follow The Money, Limitless, Mar De Plastico, Norskov, The Principal, Quantico, Refugiados, Señorita Pólvora, Swartwater, Wataha, Westside); 5 per il Serial Drama (The Book Of Negroes, Jekyll & Hyde, Lady Chatterley’s Lover, Magnifica 70, Wolf Hall) per continuare poi con i 2 della sezione Tv on Stage, con i 24 di Kids & Teens, i 5 della Young Adult Special, le 6 Masterclass e le 2 Retrospettive (Fantastica Rai e l’Omaggio a Sergio Sollima: Sandokan, la Reunion). Insomma, il Fiction Fest romano sembra volersi avvicinare sempre più alla modalità Festival piuttosto che al Comic-Con International di San Diego, con la programmazione stampa e pubblico a cui vanno aggiunti gli eventi speciali (grandiosa la partecipazione del pubblico, per 10 Stagioni di Un Medico In Famiglia – La Reunion di domenica 15 novembre ma anche in generale, con un aumento del 20 per cento rispetto allo scorso anno) ed i premi ufficiali. Partiamo proprio da questi ultimi: la giuria di esperti – presieduta da Steven Van Zandt (Little Steven) e composta da Geppi Cucciari, Giancarlo De Cataldo, Stefano Disegni, Gloria Satta, Maureen Van Zandt – ha premiato The Man In The High Castle (Usa, 2015, di Frank Spotnitz – protagonista anche di una Masterclass) come miglior nuova TV Series/Limited Series/TV Movies. Si tratta dell’adattamento del noto romanzo di Philip K. Dick, La svastica sul sole1, che propone uno scenario storico fantascientifico: la Seconda Guerra Mondiale è stata vinta da tedeschi e giapponesi, i quali si sono spartiti l’intero territorio americano. Nella San Francisco del 1962 si intrecciano le vicende di 4 personaggi, ma mentre nel libro di Dick la verità storica veniva affidata alla lettura di un libro introvabile e censurato, la serie (prodotta anche da Ridley Scott) si affida alla verità delle immagini, attraverso la protezione di un filmato che offrirebbe al mondo la visione reale delle cose: Hitler sconfitto e l’asse mondiale completamente capovolto.

Trepalium
Trepalium

L’eleganza della forma visiva e registica della serie di Spotnik sta anche nel suo miscelarsi attraverso i generi (drama, political, action) ma proponendosi essenzialmente come un’opera sulla politica della conoscenza e dell’informazione (visiva): la realtà è data da una pellicola, la conoscenza avviene così attraverso la visione (era il senso primordiale del cinema, la realtà del documentario) e la sua consequenziale condivisione. Quando Amazon annunciò il pilot, il primo, enorme interrogativo riguardava “l’ansia da risultato” per la complessità di partenza del romanzo di Dick, ma ad oggi la serie rischia di essere abbondantemente sullo stesso piano dell’opera scritta2. Altra premiata speciale dalla Giuria è stata Deutschland83 (Germania, 2014, ideata da Anna Winger e Joerg Winger), uno spy-thriller anni ’80 che segue le vicende di un ventenne della Germania dell’Est costretto a sostituire un militare nella Germania dell’Ovest e a lavorare quindi come spia. Il rimando diretto è al più ambizioso The Americans3 (Usa, 2013, ideato da Joe Weisberg), una profonda storia di spionaggio russo che vede protagonista una storia d’amore costretta ma non meno reale delle altre. La serie tedesca non tocca tutti gli abissi di questa profondità, ma si presenta come un thriller assolutamente ben definito, forse con un’aspirazione estetica alla Mad Men (The New Yorker). Mr. Robot (Usa, 2015, creato da Sam Esmail) è invece la serie che ha ricevuto il premio come Miglior Serie Tv “Young”, assegnato da una giuria di ragazzi. Si tratta di un crime-drama (che ha anche ricevuto l’endorsement di Edward Snowden) con protagonista Elliot, un giovane hacker che decide di boicottare un’enorme compagnia mettendosi a capo di un gruppo di hacker anarco-insurrezionalisti. L’ideatore della serie ha dichiarato che la fonte primaria d’ispirazione per il suo plot è derivato dalla primavera araba: essendo egli stesso egiziano, si è recato in Egitto appena dopo le insurrezioni ed è rimasto notevolmente colpito da tutta quella rabbia giovanile che aveva preso piede in così poco tempo. Una rabbia nei confronti della società, che ha trovato libero sfogo grazie soprattutto alle nuove tecnologie (che la generazione precedente non aveva a disposizione) e ai social network, che potevano davvero dare una scossa favorevole al cambiamento. La primavera araba è stata coniugata poi con uno scherzo di cui si è reso protagonista lo stesso Esmail ai tempi del college, quando ha falsificato un’email del college cambiandone totalmente il contenuto (bravata che lo ha costretto alla libertà vigilata). Ecco, Elliot è un po’ lo stesso Esmail: se fosse andato al college poteva avere lo stesso spirito anticonformista, le stesse pareti tappezzate da poster di Fight Club, Arancia meccanica, Taxi driver, American psycho. Un antieroe, insomma – un topos così tanto amato da cinema e letteratura – che ricorda molto da vicino il Rust Cohle della prima stagione di True detective (più un pessimista che un anarchico, certo, ma nella sua percezione degli altri si avverte fortemente qualcosa che si avvicina all’Angry Young Man – così come lo ha definito David Haglund – una disillusione che gli fa affermare che «la coscienza umana è un tragico passo falso in evoluzione»). Al di là dei premiati, la più bella scoperta è Trepalium (Francia, 2015, creata da Antarès Bassis e Sophie Hiet): fine XXI secolo, società completamente in agonia per via di una disastrosa situazione economica che vede soltanto il 20 per cento della popolazione attivamente occupata. Gli Impiegati, terrorizzati dall’idea di perdere il lavoro, vivono confinati nella zona urbana mentre ai margini, nella Zona, vivono i Disoccupati, affamati, assetati, in stato di totale abbandono. Due territori contrapposti in una società disumanizzata, separati da un muro fortificato (facile il rimando al più tristemente famoso muro tedesco), due aspetti della stessa afflizione: il lavoro, o la sua assenza. Trepalium non è semplicemente uno specchio della situazione moderna: è quello che potremmo diventare tra qualche tempo. Affronta meglio di qualsiasi altra opera audiovisiva contemporanea la crisi economica, quella lavorativa, la conseguenziale escalation di violenza e di amoralità, il razzismo così come l’accentramento politico, strizzando l’occhiolino a Orphan black (da cui riprende il tema della clonazione, anche qui femminile). Una menzione speciale per altri tre titoli: The Book Of Negroes,
Show Me a Hero e Trapped.

Show Me a Hero
Show Me A Hero

Il primo (Canada e Sudafrica, 2015, scritto da Lawrence Hill e Clement Virgo) è una miniserie basata sul romanzo best-seller di Lawrence Hill, Someone Knows My Name. Una storia universale di perdita, coraggio e trionfo, che racconta il viaggio di Aminata Diallo, indomita donna africana che sopravvive in un mondo nel quale tutto sembra contro di lei. Show Me A Hero4 (Usa, 2015, scritto da David Simon5 e Bill Zorzi e diretto da Paul Haggis – protagonista di una Masterclass) è una miniserie tratta dall’omonimo libro di Lisa Belkin che esplora le tematiche di casa, razza e comunità attraverso il racconto delle vite dei cittadini, degli attivisti e dei funzionari di Yonkers, a New York. In un’America lontana dalle lotte per i diritti civili degli anni Sessanta, il giovane e neoeletto sindaco Nick Wasicskko si trova a dover applicare, nel pieno degli anni Ottanta, una sentenza federale per l’integrazione razziale che prevede la costruzione di case popolari per le persone di colore all’interno dei quartieri residenziali dei bianchi. Una miniserie in sei puntate, un messaggio solido, pragmatico ma al tempo stesso drammatico e sincero (come sottolineano le canzoni di Springsteen), come il suo protagonista: un realista sognante, che deve dimostrare il suo idealismo civico. In un’epoca di sociopatici e plot cospirazionali, Show Me a Hero rappresenta un fresco ritorno al passato e ripropone echi di alcune serie più grintose – ormai dimenticate – dei primi anni della tv come East Side/West Side (Usa, 1963-1964, ideata da Robert Alan Aurthur).
Infine, Trapped (Islanda, 2015, creata da Baltasar Kormákur): in un piccolo villaggio di un profondo fiordo islandese, ostaggio della neve, viene ritrovato un corpo mutilato. L’assassino è ancora in paese, forse si trova intrappolato insieme al resto degli abitanti del villaggio a causa della tempesta. Andri, il capo della polizia locale, è determinato a risolvere il caso prima che la tempesta si plachi e il killer abbia una possibilità di fuga. Un crime drama così gelido e agghiacciante che avvolge lo spettatore sin dal pilot, con la furia devastante della neve ed il bellissimo paesaggio islandese.


1 Pubblicato nel 1962, ripubblicato anche come L’uomo nell’alto castello e vincitore del Premio Hugo come miglior romanzo.
2 A proposito di adattamenti e rapporti tra cinema e romanzo, ne parlava già Bazin in Che cosa è il cinema? Il film come opera d’arte e come mito nella riflessione di un maestro della critica, Garzanti editore, Milano, 1999. In particolare, il capitolo Per un cinema impuro, pp. 119 – 142.
3 L’inizio di Deutschland83 riguarda il discorso sull’impero del male fatto da Ronald Reagan, un momento che ritroviamo anche in The Americans.
4 Il titolo viene da F. Scott Fitzgerald: “Show me a hero and I’ll write you a tragedy”.
5 Creatore di The Wire (Usa, 2002 – 2008).

In copertina: Martin Rauch, Moritz Stamm, Linda Seiler, Deutschland 83

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