CEFALONIA, IO E LA MIA STORIA di VINCENZO DI MICHELE

recensione di Vera Viselli

Per parlare del libro Cefalonia, io e la mia storia di Vincenzo Di Michele, edito da Il Cerchio, bisogna fare un piccolo passo indietro ed iniziare dall’articolo di Paolo Mieli sul Corriere della Sera che riguarda proprio l’eccidio di Cefalonia. In quest’isola, nel 1943, appena dopo l’armistizio dell’8 settembre, alcuni reparti dell’esercito tedesco uccisero circa 2000 soldati italiani. Mieli inizia dal 3 gennaio 1945, quando Renzo Apollonio, un ufficiale dell’esercito, diede appuntamento a don Romualdo Formato in un bar di Porta Pia, alle 8.30, quando la guerra non era ancora terminata. Il perché dell’incontro? Mettersi d’accordo su una versione comune dei fatti di Cefalonia, dove erano stati entrambi, appena 15 mesi prima, dal 15 al 22 settembre 1943. Qui accadde che i nazisti ordinarono ai militari italiani della divisione Acqui di arrendersi, vista la svolta angloamericana del conflitto, ma il generale Antonio Gandin decise di trattare la resa in attesa di aiuti inglesi o americani. Alcuni soldati, però, non accettarono questa decisione e si resero protagonisti di episodi di insubordinazione, tanto da proporre un referendum interno  dal quale, poi, scaturì la ribellione ed il conseguente bagno di sangue.

Al di là delle responsabilità più o meno dirette del generale Gandin nel non riuscire a sedare la rivolta, il libro di Di Michele affronta la questione della perdita di un famigliare non semplicemente in modo intimistico, quanto piuttosto con l’intento di partire da una storia di una famiglia italiana per raccontare quella di tante: il micro che diviene, per estensione di comunione di vicende vissute, il macro della Storia; il concetto di storia individuale che si trasforma in universale sta alla base di tutta la vicenda bellica italiana del ‘900 e questo libro, partendo dalla vita di Clorindo Di Giacomo, cerca di rendere tutti gli italiani partecipi di un qualcosa che è stato vissuto ma detto e tramandato ad una cerchia ristretta. Con una dittatura come quella avuta in Italia e tutto ciò che ne conseguì – militarmente, politicamente, economicamente ed umanamente – non era la conoscenza dei fatti che non si aveva: quella c’era, ben presente, e forse fin troppo. Era dirla ad alta voce che la rendeva reale, ed alzare il volume su quel dolore specifico, quello dei dispersi, che non erano né morti e né vivi, ma anime in attesa di essere trovate da qualcuno, ecco, è l’atto più difficile da fare. La parte umana della guerra nei libri di storia non viene quasi mai affrontata, ci sono date, numeri, bandiere, aree geografiche, ma la miseria degli uomini che partono dove sta? È a questo che servono libri come Cefalonia, io e la mia storia, a ricordarci, a distanza di decine e decine di anni, cosa voglia dire essere privati di una certezza. Anche di quella della morte.

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