MONTE INFERNO

di Gaia Palombo

Nessuna carta geografica ne attesta la presenza, eppure Monte Inferno esiste. Il nome potrebbe essere quello di un luogo irreale, scenario di qualche storia fantastica, invece è il termine metaforico attribuito a una discarica: un accumulo di pattume che dagli anni Settanta si stratifica incontrollato a Borgo Montello (Latina), custodendo una grande quantità di rifiuti tossici illecitamente depositati.

Monte Inferno dà anche il titolo al documentario di Patrizia Santangeli, un lavoro di ricerca durato quattro anni che comprende il progetto fotografico di Gabriele Rossi e una mostra allestita negli spazi del MAP – Museo Agro Pontino a Pontinia e di Album Arte a Roma.

Restituire a parole la complessità di un lavoro come Monte Inferno non è semplice, specialmente perché le scelte registiche non convergono sullo svisceramento della cronaca relativa alla questione – eclatante – della discarica, ma ne indagano piuttosto le pieghe, lasciando ampio spazio a immagini semplici, all’evocazione più che al resoconto.

Definirei Monte Inferno uno stato d’animo, uno sguardo che accoglie e consegna cristallino il senso di perdita di chi abita i luoghi prossimi alla discarica, una perdita che sconfina nella storia sociale e nella memoria, che non si riduce in termini paesaggistici e ambientali.

Gabriele Rossi, fotografia dalla serie Monte Inferno. Courtesy dell'autore.
Gabriele Rossi, fotografia dalla serie Monte Inferno. Courtesy dell’autore.

Monte Inferno è un’opera corale che mette in relazione e a confronto generazioni diverse colte in spaccati di vita, nel quotidiano approccio al luogo. Le parole corrono libere, talvolta i racconti più specifici e puntuali relativi alla storia della discarica – tra tutti l’omicidio ancora irrisolto del parroco Don Cesare Boschin nel 1995, che aveva denunciato il traffico di rifiuti tossici – si intrecciano a riflessioni più personali e intime.

Corale è l’essenza stessa del progetto Monte Inferno, di cui fanno parte anche Bonifacio Pontonio e Roberto Fanfarillo, graphic designers, e Massimo Calabro, illustratore e graphic designer. Una menzione particolare tengo a farla al prezioso contributo del geologo Giancarlo Bovina, grazie al quale è stato possibile ricostruire l’antica geografia del territorio: una mappa della memoria fondata sullo studio di documenti, fotografie, racconti e sull’esplorazione di percorsi laterali in cui è ancora possibile ritrovare tracce originali di natura incorrotta.

Le fotografie di Gabriele Rossi fanno eco alle immagini che vediamo scorrere durante i 60 minuti del documentario: raccontano degli spazi possibili, ricercano la bellezza di luoghi dall’identità sabotata, raccontano storie attraverso limpidi ritratti di chi continua a fare i conti con l’Inferno prosperato in anni di indifferenza e impietosa violazione dei diritti umani.

Gabriele Rossi, fotografia dalla serie Monte Inferno. Courtesy dell'autore.
Gabriele Rossi, fotografia dalla serie Monte Inferno. Courtesy dell’autore.

Monte Inferno è infine una ricerca che fa perno sul senso della meraviglia, sullo stupore inatteso d’innanzi alla riscoperta dell’ordinario; un lavoro in cui la denuncia non si manifesta attraverso l’esibizione didascalica del degrado ma nella malinconica bellezza di un territorio dalla potenzialità mutilata.

La potenza delle immagini della Santangeli ci rimanda a quel famoso, ultimo passo di Calvino, nelle sue Città invisibili:

«L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.»

(Italo Calvino, Le città invisibili, 2014, Mondadori, p. 160).

Cercare, saper riconoscere, in queste parole vedo riassunto il senso ultimo di Monte Inferno, un’opera che dà spazio e si lascia guidare da quell’essenza di sogno che esiste tra le crepe della realtà.

In copertina: Gabriele Rossi, fotografia dalla serie Monte Inferno.

Gabriele Rossi, fotografia dalla serie Monte Inferno. Courtesy dell'autore.
Gabriele Rossi, fotografia dalla serie Monte Inferno. Courtesy dell’autore.
Gabriele Rossi, fotografia dalla serie Monte Inferno. Courtesy dell'autore
Gabriele Rossi, fotografia dalla serie Monte Inferno. Courtesy dell’autore

 

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