EUROPA vs SUDAMERICA

Due scuole di pensiero, calcio e letteratura a confronto

di Carlo Miccio

Nell’immaginario storico-calcistico planetario, la dicotomia tra Europa e Sudamerica è una delle più antiche tra le categorie fondanti. Prima dell’arrivo della fisicità dirompente delle squadre africane e delle dinamiche geometrie asiatiche, esistevano solo due maniere di intendere il calcio. Due identità, per così dire.

Alla scuola sudamericana si attribuisce convenzionalmente un gioco costantemente offensivo e votato alla spettacolarità, con delle evidenti idiosincrasie sul fronte dell’organizzazione tattica. Il calcio all’europea, invece, da sempre privilegia un approccio più meditato e realista, dove moduli e allenatori contavano quanto se non più dell’estro espresso nelle giocate in campo. E se come esempio del primo stile possiamo utilizzare lo storico gol fatto da Maradona all’Inghilterra durante il mondiale messicano del 1986 – 0% logica + 100% genio e improvvisazione – niente definisce meglio la perfezione modulare europea dei primi tre minuti della finale Germania-Olanda del 1974, al termine dei quali i tedeschi si ritrovarono sotto 1-0 senza esser mai riusciti a toccare palla, in una finale mondiale giocata in casa.

Abbiamo provato a vedere se queste due identità archetipiche si confermassero anche nella narrazione letteraria sul calcio: se cioè gli scrittori di calcio sudamericani potessero distinguersi dai loro omologhi europei per un diverso stile di vivere, godere e narrare storie pallonare. Ovviamente, differenze di stili e scuole narrative esistono già di per sé tra i due continenti per quanto riguarda la letteratura tout court: si tratta di vedere piuttosto se c’è qualcosa di peculiarmente differente rispetto alle narrazione sportive.

Numerosi sono gli autori che su entrambe le sponde dell’Atlantico si sono avventurati a narrare di calcio: racconti e romanzi in cui il calcio era protagonista, ma anche usato di sottofondo a storie che di sportivo avevano ben poco – da Garcia Marquez a Peter Handke, da Vazquez Montalban a Eduardo Galeano. Per non parlare di illustri intelligenze che hanno dedicato pagine, sia di odio che di amore, al più popolare degli sport, quali Borges, Camus e Pasolini
Dovendo per ragione di sintesi restringere il campo, possiamo però affermare che nessuno è riuscito a dipingere meglio luci ed ombre di questo mondo di quanto abbiano fatto l’argentino Osvaldo Soriano e l’inglese Nick Hornby. E mettendo a confronto il lavoro di questi due autori, forse possiamo arrivare a farci un’idea di massima su quali siano le affinità e le divergenze tra la scuola sudamericana e quella europea in materia di narrazioni pallonare.

Promettente centravanti di categoria in gioventù, Osvaldo Soriano dovette appendere precocemente gli scarpini al chiodo per via di un incidente che gli lesionò permanentemente il ginocchio, e che lo spinse a dedicarsi a tempo pieno al giornalismo e alla letteratura. Nei tanti racconti dedicati al calcio che ha scritto prima di una precoce morte per infarto a soli 54 anni ( e raccolti in italiano da Einaudi nelle raccolte “Pensare con i piedi” e “Futbol”), Soriano delinea un mondo che funziona sulle ali del mito, sfiorando atmosfere tipiche del realismo magico e pieno di storie al limite del credibile – mondiali fantasma difficilmente documentabili (ma gloriosamente descritti) e rigori che richiedono una settimana per essere battuti a dovere. Le sue partite sono piene di eroi epici e sopra le righe, siano essi arbitri pistoleri che risolvono a colpi di revolver le discussioni più accese o allenatori giramondo a la Forrest Gump, che si ritrovano coinvolti in rivoluzioni africane e trame spionistiche internazionali. Niente nel calcio narrato da Soriano è esente dalla patina mitopoietica del narratore onnisciente, neanche quando racconta cronache reali, come lo straordinario ritratto che fece di Obdulio Varela, capitano della nazionale uruguayana che sconfisse il Brasile al Maracanà durante la finale dei mondiali del 1950.

Osservando invece l’esordio letterario di Nick Hornby, quel Fever Pitch (Febbre a 90 in Italia) che è presto diventato un best seller e una pietra miliare di paragone per centinaia di narratori, del mito non s’intravede traccia. Il giovane protagonista – di quello che a tutti gli effetti è un romanzo di formazione – s’innamora del suo Arsenal guardandolo pareggiare zero a zero durante il suo primo sabato allo stadio, in compagnia di un padre neodivorziato che non sa come impiegare il tempo nel weekend di custodia del figlio. Uno squallido pareggio senza gol, neanche il gusto di una sconfitta che gli avrebbe concesso un po’ di sano vittimismo. E però, qualcosa in quella giornata, fosse anche solo il piacere di starsene per qualche ora con il padre, scatta nel protagonista, avviandolo ad una carriera di tifoso per lo più deluso che si lega a filo indissolubile con ogni evento importante della sua esistenza: la scoperta della vita attraverso la musica, le amicizie, le ragazze, fino ad arrivare all’amore vero e alla nascita di un figlio, viene scandita in parallelo con le vicende della squadra londinese, che in quei particolari anni darà ben poche soddisfazioni alla sua tifoseria, capace di coniare lo storico coro Boring Boring Arsenal (Noiosissimo Arsenal) come affettuosa dimostrazione di fedeltà alla squadra.

Se nei racconti di Soriano il colpo di scena è sempre dietro l’angolo, l’essenza del calcio è per Hornby la monotona ritualità del tifoso, il gesto identitario supremo è la trasferta sfigata del sabato (otto ore di treno fino a Newcastle per vedere una noiosissimo pareggio sotto la pioggia battente, e ritorno a casa in giornata) e l’unica sacralità prevista non è riservata a nessun giocatore, arbitro o allenatore, ma unicamente ai colori sociali. E tutta questa fedeltà alla squadra Hornby riesce a raccontarla senza bisogno di rifugiarsi nella comoda scorciatoia della retorica da ultrà, preferendo affrontare sfumature dell’animo umano che hanno molto più a che fare con l’individualità che con lo spirito del gregge.

C’è una differenza sostanziale di prospettive: qui l’unico eroe è l’uomo normale, la classe operaia che riempie di rituali pagani il proprio tempo libero, e tutto il discorso si sposta su questa relazione. Non c’è più spazio per le narrazioni senza tempo di Soriano, che così bene corrispondono invece all’idea di calcio del suo connazionale Maradona, ma anche all’eredità stilistica del grande Brasile di Pelè, alle punizioni di Zico e alla genialità di uno Schiaffino, come canta Paolo Conte in un brano non a caso intitolato Sudamerica.

Qui in Europa, il Vecchio Continente come amano ricordarci loro, l’idea che abbiamo è invece un’altra, sia di calcio che di letteratura: l’eroe è il tifoso bagnato sugli spalti, incatenato a un’idea di amore eterno che non riesce a replicare in nessun altro campo della propria vita – di certo non con le donne né con il lavoro, e tutto sommato neanche con sé stesso.
Perché la Maturità, una volta sopraggiunta, non avrà comunque mai il sapore pieno di un gol al novantesimo. Ma neanche quello di un album di figurine Panini completo, a dirla tutta.

In copertina: Ungheria, anni 50, ©Fortepan

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