MACRO ASILO, O DEL SENSO DELL’ARTE

di Francesco Rosetti

Da quando Giorgio de Finis è stato nominato direttore artistico per il progetto Macro Asilo, si sono succedute delle polemiche riguardo al programma che il nuovo direttore vuole eseguire per il museo di arte contemporanea romano. Gli attacchi a de Finis si sono concentrati su due punti programmatici ben legati fra loro: quale ruolo svolge l’artista, soprattutto chi è l’artista e, infine, il ruolo che in questa definizione del fare artistico dovrebbe essere riservato al pubblico. De Finis, infatti, non ha mancato di sottolineare come non sarà lui a decidere chi debba essere considerato artista e chi no al Macro. Sarà una sorta di chiamata pubblica alla quale potrà rispondere chiunque si senta spontaneamente dotato di una sua sensibilità artistica di livello professionale. In pratica l’artista non è più definito né dalla critica né dalle gallerie e neppure dal mercato, ma si autodefinisce come tale. In secondo luogo, de Finis ha sottolineato come a decidere del reale statuto di artista non sarà l’istituzione Macro Asilo, che anzi non prevedrà alcun filtro, ma il pubblico. Il fatto che il neo-direttore artistico non abbia voluto definire uno specifico pubblico di addetti ai lavori come garante della qualità artistica del futuro progetto ha subito suscitato un vespaio di polemiche. La parola “pubblico”, identificata subito come grande pubblico generalista, deve aver evocato qualcosa di indistinto, impressionista, poco coltivato e soprattutto risponde a una nozione quasi televisiva. Evidente la locuzione “pubblico” ricorderà più il pubblico di Maria De Filippi o di Magalli che un insieme raffinato di conoscitori e appassionati. E infatti non è un caso che molti abbiano accusato de Finis di proporre per il Macro un’estetica più adatta a un reality show che a un museo di arte contemporanea. A queste accuse de Finis ha risposto tirando in ballo la nozione di “democrazia” e questa diventa una questione cruciale per la definizione di arte contemporanea in questo scorcio di secolo. Come per la politica bisogna decidere che connotazione dare al giudizio del grande pubblico dei musei rispetto alla qualità delle opere e delle performance. La questione è politica in quanto per moltissimo tempo la specifica definizione di qualità artistica è stata data da istitituazione quali il museo stesso e dietro di esso la critica e il mondo degli addetti ai lavori. Creando una sorta di triangolo equilatero si potrebbe dire che nella definizione culturale di arte di un periodo concorrevano la critica, gli artisti e il pubblico stesso, inteso però nell’accezione ristretta di professionisti del mercato dell’arte. Sottolineare il ruolo di un pubblico quasi analfabeta riguardo alla storia delle forme e delle espressioni significa rivoluzionare questo approccio. Si carica di significato infatti il lato della domanda rispetto a quello dell’offerta di opere d’arte. Cosa vuole il grande pubblico? Cosa cerca? Cosa lo spinge ad andare in un museo, anche solo per una questione di mera curiosità? E soprattutto chi decide che cos’è un “pubblico”?

Macro, via Nizza. Foto da sito ufficiale
Macro, via Nizza. Foto da sito ufficiale

Fino al XIX o XX Secolo, la questione era data per scontata: chi andava nei musei era una minoranza con un certo grado di passione e conoscenza, perciò l’opera poteva mancare di qualsiasi dimensione pop. Artisti, critici ed esperti di settore avevano più o meno le stesse conoscenze, si erano formati su un gusto comune e il dibattito su cosa fosse l’arte era basato su un nucleo già definito di opere e testi canonici. Dagli anni Sessanta in poi, l’irruzione del mid-cult e del pubblico di massa dell’industria culturale ha profondamente alterato questo equilibrio, poiché una massa di persone prive di un approccio estetico condiviso ha immesso i propri desiderata nel guardare un’opera d’arte. Basterebbe pensare ai due personaggi di Sordi e Anna Longhi sperduti negli ambienti della Biennale nel film Vacanze intelligenti. La domanda a cui de Finis non intende dare una risposta definitiva e che proprio per questo ora assume rilevanza politica è: è giusto affidare a questo pubblico indistinto la responsabilità di decidere chi è artista e chi non lo è? Questa questione ne porta con sé un’altra ancora più primaria. Chi decide in ogni epoca chi è un artista e cos’è il gusto? Fino ad oggi si è sempre pensato che fosse compito delle istituzioni dare questa risposta e il museo, in quanto regina delle istituzioni nel regime dell’arte, sarebbe il luogo dove questa scrematura del gusto ha sede. Ammettere il grande pubblico dentro le sale del museo, non solo come visitatore, ma anche come potenziale giudice di prima istanza, significa stravolgere la nozione comune di museo. Ovviamente non si è così ingenui da pensare che lo sguardo naif di uno spettatore qualunque possa sostituire l’occhio esperto e l’azione intellettuale di un professionista, tuttavia se l’opera d’arte svolge in ogni tempo una funzione sociale bisogna mettere in dinamica sia chi la produce sia chi la recepisce. Nel momento in cui de Finis sottolinea il lato della domanda: cosa vuole il grande pubblico? Non cerca tanto una risposta definitiva, piuttosto, e per paradosso, sposta la questione proprio sul lato dell’offerta: chi decide cosa è arte? E chi lo decide se non sono le istituzioni? E soprattutto come dialogare con un pubblico che non è più composto solo da esperti e professionisti? È una domanda che altri settori dell’entertainment di massa come il cinema e la musica si sono posti più volte e che forse è ora di porre anche ai direttori dei musei, soprattutto quelli di arte contemporanea che non si limitano a fissare un canone prestabilito, ma devono produrre cultura per il presente e mappare la complessa geografia della contemporaneità.

Dunque, per concludere, quello che vuole proporre de Finis potrebbe essere una radicale messa in discussione di una serie di parole-valigia cui siamo soliti dare una definizone univoca: “pubblico”, “museo”, “artista”, “istituzione” non sono più termini univoci con un significato ben preciso, ma frutto di una intricata interazione che proprio nell’agone conflittuale del museo trovano una loro complessa omogeneità e che ad ogni epoca verranno sempre rimesse in discussione.

In copertina: Macro, via Nizza, Roma. Foto tratta dal sito ufficiale.

Condividi sui social!Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterShare on LinkedIn