LO SPAZIO AUMENTATO DELLA CITTÀ CAPITOLINA

di Arianna Forte

Agli sgoccioli di quest’Estate Romana, fin troppo quieta o potremmo dire assonnata, il panorama notturno della città eterna è stato momentaneamente risvegliato e riacceso da giocose installazioni luminose e grandiose proiezioni colorate. Dulcis in fundo, il festival RO_map #15, organizzato dalla Lazy Film, è stato un’occasione fugace per dare nuova vita ai monumenti simbolo del centro storico attraverso le arti digitali, che così poco hanno spazio nella capitale. L’antico e il contemporaneo, la memoria e il contingente si sono coniugati all’insegna del meraviglioso, dello stupefacente e dell’effimero. Circo Massimo è stato invaso da una suggestiva e ipnotica distesa di sfere luminose, Globoscope, l’opera del collettivo francese Coin. La coreografia intermittente delle sfere ha trasformato per qualche ora l’antica arena romana in una superficie digitale, un enorme carillon minimale e hitech a cielo aperto. Questa atmosfera onirica e futuristica, ha stregato la folla di cittadini e turisti, che il giorno seguente ha assistito all’attrazione principale del festival: il video- mapping stereoscopico del rinomato team di creativi bolognesi Apparati effimeri.

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Le proiezioni, forzando le restrizioni del formato cinematografico, si sono librate nello spazio urbano, facendo della facciata della Chiesa di Nostra Signora del Sacro Cuore il proprio schermo. Piazza Navona è diventata un cinema di ultima generazione in cui il pubblico indossa i tipici occhialini 3D verdi e rossi per godere dello spettacolo. Gli elementi architettonici della chiesa si disgregano e vengono arricchiti da luci, colori e geometrie. I frammenti immateriali investono gli spettatori, mentre l’ambiente si modifica a ritmo di musica. In un gioco di prospettive e sovrapposizioni, l’esterno diventa l’interno. Gli affreschi di Nostra Signora del Sacro Cuore si affacciano per pochi istanti sulla piazza per poi tornare definitivamente ad essere custoditi tra le mura della chiesa. In questa maniera il projection mapping ridisegna l’architettura attraverso la luce. Porta in evidenza alcune linee rispetto ad altre, amplifica e riduce i volumi, altera e decontestualizza le forme, rende manifeste relazioni, suggerisce assonanze e contrasti1. La tecnica stereoscopica amplifica l’effetto di magnificenza e soprattutto di immersione. La proiezione diventa un evento festoso e sbalorditivo che induce la folla a vedere con altri occhi la staticità dei monumenti e degli edifici che incontra quotidianamente. Questo modus operandi riprende quello tipico dell’epoca barocca in cui l’intero arredo urbano diventava un grande teatro delle meraviglie. Difatti il nome del gruppo di artisti apparati effimeri fa riferimento esplicito a quelle scenografie urbane momentanee in cartapesta e agli addobbi provvisori che si applicavano a palazzi e chiese per celebrare gli eventi cittadini.

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Decorazioni effimere trasformavano gli esterni di sontuose dimore che in aggiunta a suoni e effetti di luce creavano un gioco di inganni e disinganni ottici.2 La dinamica della festa barocca è riproposta attraverso le tecnologie digitali in una nuova forma di arte pubblica in cui lo spazio cittadino non è più di sfondo, ma è il centro dell’opera. La città diventa un Augmented Space3, uno spazio fisico aumentato con informazioni aggiuntive, come per i sistemi di Realtà Aumentata, in cui reale e virtuale si incontrano. L’interazione ardita tra la solidità dell’architettura e la fluidità delle immagini in movimento potrebbe essere il prototipo di un nuovo modo di interpretare lo spazio urbano, uno spazio costituito da più layer, da più strati informativi, alcuni invisibili, alcuni accessibili.

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«Per la prima volta, lo spazio diventa un media. Proprio come gli altri media – audio, video, immagine e testo – oggi lo spazio può essere trasmesso, immagazzinato e recuperato all’istante; si può comprimere, riformattare, trasformare in un flusso, filtrare, computerizzare, programmare e gestire interattivamente»4. Per qualche ora l’immagine di Roma muta, come la nostra presenza nello spazio urbano e la qualità stessa dello spazio, che diventa uno spazio sempre più tecnologico e ibrido5.


1 Andrea Nardi, “Projection mapping: riscrivere l’architettura” in Digital Writing Lab.
2 Pietro Leonardi “L’ultima frontiera dell’estetica barocca” in Architetti notizie, 4°trimestre 2012.
3 «Il termine, coniato da Lev Manovich è un derivato di un altro campo molto specifico, l’Augmented Reality (AR) che, come spiega l’autore, si oppone alla Virtual Reality (VR). In un tipico sistema VR tutto il lavoro è fatto in uno spazio virtuale, lo spazio fisico diventa inutile e la sua visione è completamente bloccata. Al contrario, i sistemi AR aiutano l’utente a fare il lavoro in uno spazio fisico aumentandolo con informazioni aggiuntive.» In Andrea Nardi, Projection Mapping: riscrivere l’architettura in “Digital Writing Lab” 13/10/2015.
4 Lev Manovich in E. Pandolfini, “Architettura e spazio urbano”, in Communication Strategies Lab, Realtà Aumentate. Esperienze, strategie e contenuti per l’Augmented Reality, Apogeo, Milano, 2012 p.92.
5 Simone Arcagni Urban Aesthetics in Technonews.it.

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