GIULIA MARCHI, MULTIFORMS

di Gaia Palombo

«La sua presenza aveva la semplicità intelligibile di una pietra: in piena città, mi sembrava di essere di notte in montagna, tra solitudini senza vita».

(Georges Bataile in Pierre Angélique, Madame Edwarda, Éditions du Solitaire, 1937)

Giulio Carlo Argan sosteneva che nessuno, prima di Marc Rothko, si era interrogato «nella psicologia del profondo»[1] sul concetto di parete, o meglio sulla pluralità di concetti che questa reca in sé. Il critico li riassumeva con la triade limite, protezione, diaframma, frapposti tra due dimensioni: «un  di qua, dove siamo, e un di là che è il mondo»[2]. Tale insenatura è luogo di una ricerca incessante: spogliata dalle dure sembianze di confinatrice, essa diviene membrana, ambiente esperibile.

È nel titolo della serie fotografica di Giulia Marchi, dall’indubbia eloquenza, che risiede un chiaro manifesto d’intenti, più profondo di un vago richiamo alla lontana. Il gesto di Rothko, in pittura, ha edificato strutture, plasmato spazi attraverso la compenetrazione superficie – colore; l’obiettivo fotografico di Marchi, nella serie Multiforms, genera un campo di forze empirico sull’esempio di quell’impressionismo astratto[3] proprio dell’artista statunitense. I materiali stagliati nelle fotografie dell’artista – lana, sabbia, pietre, detriti – si costituiscono come continuum tra il di qua e il di là, nuovi varchi per lo sguardo. L’irregolarità delle superfici, l’asprezza che le connota, sono dei percorsi visivi mediante i quali la distanza che intercorre tra immagine e osservatore diventa un ponte, una forza in tensione. Affine a una modalità tipicamente processuale sta la concezione di materia, punto di coesistenza tra proprietà formali, puramente esteriori nella pienezza visiva, e ontologiche, pregne di sostanza. Le immagini che ne derivano risultano autosufficienti, il legame che instaurano con chi guarda non è relegato al piano visivo ma a quello corporale nella sua interezza, dove per corporale si vuole intendere tutto ciò che riguarda il corpo esternamente ma, prima di tutto, internamente. Questo tipo di processo scaturito dalle immagini di Marchi è in uno stato di continuo divenire; esse si mostrano come inesauribile fonte di significati e, dunque, di sguardi possibili. In tal senso la congerie materica di Marchi si dà come manifestazione metafisica di paesaggi ancestrali, ambienti lunari, formazioni geologiche che riecheggiano il sublime matematico di matrice kantiana. L’opera non è oggetto estraneo di visione ma è il codice stesso secondo cui la visione è regolata e avviene.

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MULTIFORMS N. 4

Sorge spontanea una riflessione per la quale è necessario chimare in causa Michelangelo Antonioni.
Antonioni e Rothko, due maestri dell’astrazione tra i quali è noto intercorresse una profonda stima, sono stati spesso accostati dalla critica a proposito della comune attitudine al dissolvimento informe di figure  – nei film di Antonioni è quasi una costante[4] –, questa tendenza distingueva la cifra stilistica di Rothko e sembra tornare indirettamente nella serie fotografica in esame. Più precisamente è interessante porre l’attenzione sul termine temps mort che, ancora a proposito di Antonioni, Jeff Weiss chiarifica come segue: «consiste […] nello svuotamento dello spazio rappresentato, contenuto o tagliato dall’inquadratura, un luogo abitato fino a un attimo prima che acquista presenza formale – pienezza astratta, quasi pittorica, in virtù di un’assenza narrativa che si rivela allo sguardo dello spettatore»[5]. Una pienezza astratta, direi pregnante, è riscontrabile nel lavoro di Giulia Marchi, un lavoro che fonda la propria ragion d’essere su una riflessione ben precisa: la consistenza viva delle immagini e dello sguardo, forse mai del tutto rivelatore e assoluto ma pur sempre dinamico nella sua natura indagatoria.

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MULTIFORMS N. 17

« Noi sappiamo che sotto l’immagine rivelata ce n’è un’altra più fedele alla realtà, e sotto quest’altra un’altra ancora, e di nuovo un’altra sotto quest’ultima. Fino alla vera immagine di quella realtà, assoluta, misteriosa, che nessuno vedrà mai. O forse fino alla scomposizione di qualsiasi immagine, di qualsiasi realtà».

(M. Antonioni, Prefazione, cit. p. 14).

La serie Multiforms è composta da 19 scatti fotografici ed è accompagnata da un libro d’artista, in edizione limitata, edito da Danilo Montanari Editore. Si trova attualmente in collezione presso il bookshop di Matèria, una galleria dedicata alla fotografia contemporanea situata nel cuore del quartiere storico di San lorenzo; una realtà dinamica e aperta, attenta agli sviluppi di artisti affermati ed emergenti. L’ampio respiro internazionale identifica lo spirito della galleria e si coniuga con iniziative che confermano, al contempo, uno spiccato interesse nei confronti delle realtà territoriali.

Dal prossimo 11 giugno, fino al 31 luglio, gli spazi di Matèria ospiteranno una mostra personale di Giulia Marchi dal titolo Rokovoko. I lavori inediti in mostra, spaziando tra fotografia e installazione, denotano un approccio analogo a quello di Multiforms; in questa affinità è rintracciabile il mantenimento di una linea coerente, nonché una solida consapevolezza di ricerca. A sancire l’affinità di cui sopra sono il rapporto parola-immagine e una ricerca spaziale ben esplicata nel comunicato stampa della mostra: «Matrici di polaroid alterate al servizio di una chimica del paesaggio; confini irrisolti tracciati da fili bianchi, da funamboliche funi sulle quali camminare, geometrie aliene in dialogo con scenari terrenamente eseguiti. La memoria non è lineare e localizzare è fondamentale per ricordare; luoghi destinati al vuoto, lasciato, perché fosse occupato dalla memoria divenuta selettiva e adagiata in cassetti che ne divengono dimora. La rotta appare incompleta, costretti ad avanzare al buio scandagliamo la spazio in apnea, direzionati dalla bacchetta del rabdomante che dà il ritmo al viaggio».

[1] Giulio Carlo Argan, Achille Bonito Oliva, L’Arte moderna,1770-1970. L’arte oltre il Duemila, Sansoni, Firenze, 2002, p.296. (Ed. Or. G. C. Argan, L’Arte moderna, Sansoni, Firenze, 1970).
[2] ibidem.
[3] ivi, p. 262.
[4] Alberto Giorgio Cassani, La visione del vuoto – in memoria di Michelangelo Antonioni, http://www.accademiavenezia.it/upload/docs/docenti/file/28/Antonioni_La_visione_del_vuoto.pdf
[5] J. Weiss, Temps mort: Rothko e Antonioni, in Rothko, Catalogo della mostra (Roma, Palazzo delle Esposizioni, 6 ottobre 2007‑6 gennaio 2008), a cura di O. Wick, Milano, Skira, 2007, pp. 44‑55: 52.

In copertina: MULTIFORMS N. 17

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