DAVID LACHAPELLE – DOPO IL DILUVIO

di Vera Viselli

Se l’arte americana contemporanea può essere racchiusa in un nome, è quello di David LaChapelle. Fotografo iniziato e scoperto da Warhol, re­­­­­gista premiato al Sundance, nel 2006 presta i suoi occhi e la sua attenzione alla pittura e alla scultura italiane, grazie alle opere di Michelangelo, arrivando a concepire The Deluge, una serie monumentale finalizzata ad un’esposizione non più prettamente mediatica ma decisamente museale. Una sorta di ritorno alle origini (le sue opere sono state protagoniste di esposizioni presso il Musée D’Orsay di Parigi, il Brooklyn Museum di New York, il Museum of Contemporary Art di Taipei, il Tel Aviv Museum of Art a Tel Aviv, il Los Angeles County Museum of Art a Los Angeles, la National Portrait Gallery di Londra, il Fotographfiska Museet di Stoccolma e la National Portrait Gallery a Washington DC) attraverso l’incontro tra il suo surrealismo post-Pop e la classicità artistica michelangiolesca, così potente e dirompente da imprimere una decisa svolta artistica alla sua produzione. Fino ad allora, LaChapelle aveva voluto inglobare in sé lo spirito del tempo: quello altamente, eccessivamente pop degli anni Ottanta, con l’idea di fotografare un decennio che arrivava a cavallo del nuovo millennio, basandosi sempre e comunque sull’osservazione e la rappresentazione della realtà, pur con alcune deviazioni surrealiste-astrattiste.

Debord vedeva nello spettacolo l’essenza di una società dedita alle immagini, ennesima forma di rappresentazione in cui tutto ciò che si era vissuto tendeva ad allontanarsi, staccandosi da ogni aspetto della vita e fondendosi in un unicum[1]. In LaChapelle quest’unicum combina la scena teatrale ed il fermo-immagine cinematografico, creando un sogno forse inverosimile, aggrappato a scenari strabilianti; ma, come egli stesso ha dichiarato «anche se si trattava di fantasie esagerate, quello era quanto accadeva nel mondo». La narrazione postmoderna[2] si inserisce prepotentemente nella sua fotografia, creando combinazioni inedite prive di logica temporale; i segmenti narrativi arrivano ad intrecciarsi per andare a sfociare in cortocircuiti visivi e significati in conflitto, tutte conseguenze di una società che risulta ormai pervasa, impregnata e bombardata dalle immagini.
Prendendo in prestito le parole del curatore Gianni Mercurio, «LaChapelle, che guarda alla cronaca del costume e del sociale, attinge alla storia delle immagini per penetrare le pieghe della cultura popolare»: la volontà del suo sguardo – critica, estetica e spesso onirica – è rivolta al presente e agli esseri umani che lo vivono, alla realtà fluttuante, confusionaria che, invece di certezze, fa scaturire paure e fantasmi partoriti dalla fine delle utopie, dalla crisi della fede e del pensiero razionale. È in questo contesto che egli inserisce ed affronta temi come la catastrofe e la decadenza, la malattia, la morte e la pietà: inglobandosi con il consumismo e le nevrosi compulsive, con feticismi e ossessioni narcisiste, essi creano un insieme di potenza primordiale. È The Deluge: il sublime che viene messo in scena attraverso lo strumento-carne, riprendendo quell’idea propria della pittura sacra rinascimentale, il sublime che, per divulgare temi e messaggi spirituali e renderli comprensibili a tutti, adotta i codici della comunicazione visiva di massa.

«Sin da bambino sono stato affascinato da Michelangelo», spiega LaChapelle, «guardando la sua opera si guarda il mondo. Non è il mondo dell’arte, è il mondo, è l’umanità». Un’umanità che subito dopo, però, scompare, come l’artista stesso: egli si ritira dalla scena, voltando le spalle a quella mondanità consumata per abbracciare un diverso stile di vita, quello di un’isola selvaggia situata nel bel mezzo del Pacifico. Aveva detto tutto quello che voleva dire, parole sue.
Elimina il corpo. Un corpo plasmabile, soggetto a esasperate pratiche estetiche e consumistiche, metafora di un’identità sfaldata, non più protagonista ma oggetto d’indagine, che tuttavia manteneva un contatto con il reale. Ne troviamo soltanto un simulacro orrorifico nei frammenti di cera della serie Still Life.
Già in After the Deluge: Museum, l’immagine è la sala di un museo allagato: non è rimasto nessuno a contemplare quel patrimonio artistico che, a un tratto, perde ogni valore e lentamente affonda in uno specchio d’acqua che ne riflette l’immagine in un doppio ribaltato. Anche i soggetti di Awakened sono persone che fluttuano sott’acqua, sospesi in un’apnea che è una soglia, una fase che prevede l’abbandono del corpo e il risveglio in un’altra dimensione. Il ciclo Still Life, emblematico, non ritrae più personaggi dello star system ma le loro effigi inanimate. Le riproduzioni in cera di Ronald Reagan, Cameron Diaz, Michael Jackson, Lady Diana, Theodore Roosevelt, Bono Vox e di molte altre celebrità, risultano scomposte in più pezzi riassemblati su cartoni da imballaggio dopo che un pesante atto di vandalismo ha deturpato l’aspetto già macabro delle statue di cera. Una rappresentazione inquietante e iperreale del disfacimento e della corruttibilità dei corpi che si estende anche alle icone e alla loro celebrazione, più inquietante se si pensa che molti di questi personaggi sono stati ritratti da LaChapelle in passato.
Tra i lavori più recenti spiccano la serie Land Scape e Gas Stations. Land Scape mostra delle centrali industriali che svettano come miraggi luminosi sullo sfondo di orizzonti desertici, con cieli sfumati e variopinti. Si tratta di agglomerati luccicanti e bellissimi, emblemi di una metropoli futuribile, frutto di un incredibile lavoro di ricostruzione realizzato dall’artista insieme a una squadra di modellisti cinematografici assemblando oggetti e materiali di riciclo di piccolo formato. Sono modelli che LaChapelle ha fotografato sullo sfondo di paesaggi veri. Il micromondo e l’ambiente a scala umana sono due verità a confronto che intersecandosi danno forma a una realtà aumentata: nel fondere due livelli di realtà in un’unica immagine, la realtà risulta un’astrazione.
Per quanto concerne invece Gas Stations, la serie verte sull’effetto straniante di alcuni scorci paesaggistici con delle stazioni per il rifornimento di carburante che si stagliano isolate nel mezzo di una fitta vegetazione tropicale. Templi di quella che fu la nuova religione americana (il mito dell’automobile) che continuano a emettere energia con le loro insegne al neon, ma sembrano impianti sopravvissuti in un pianeta non più abitato: uno scenario da film postapocalittico in cui l’uomo non è più protagonista, in cui nessun corpo risulta essere presente.
A definire il passaggio di LaChapelle, dopo The Deluge fino a oggi, – afferma Mercurio – è l’idea che «la via della verità è quella indicata dalla ragione e non dai sensi. Se leggiamo l’immagine attraverso i sensi abbiamo una visione onirica, costruita peraltro con i metodi tipici del surrealismo (decontestualizzazione e ricontestualizzazione dei dettagli), se la leggiamo filtrandola attraverso la griglia della ragione abbiamo un immagine che si fa carico di denunciare la realtà.»

[1] G. Debord, La società dello spettacolo, Massari Editore, Bolsena, 2002.
[2] “La narrativa postmodernista si caratterizza per il disordine temporale, il disprezzo della narrazione lineare, la commistione delle forme e la sperimentazione nel linguaggio.”, B.Lewis, Kazuo Ishiguro, Manchester University Press, 2000

INFORMAZIONI
Titolo: David LaChapelle, dopo il Diluvio
Sede: Palazzo delle Esposizioni, via Nazionale 194 – Roma
Curatore: Gianni Mercurio
Periodo: 30 aprile – 13 settembre 2015
Orari: domenica, martedì, mercoledì e giovedì: dalle 10.00 alle 20.00;
venerdì e sabato: dalle 10.00 alle 22.30;
lunedì chiuso
(Dal 13 luglio al 30 agosto: dalle 16.00 alle 24.00)

In copertina: David LaChapelle, Museum, 2007 Chromogenic Print ©David LaChapelle

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David LaChapelle, Riverside, 2013, Chromogenic Print ©David LaChapelle

SEZIONI MOSTRA

IL DILUVIO

In questa sezione sono raccolte le opere che hanno segnato il punto di svolta della produzione artistica di LaChapelle: The Deluge, 2006, che descrive la distruzione di una società basata sul consumismo, ma con una speranza di redenzione. Museum, 2007, Statue, 2007, in cui l’arte, massima espressione della creatività dell’uomo, rimane solitaria a monito di una perfezione perduta e Cathedral, 2007, dove, tra lo sgomento dei fedeli in preghiera, il viso di una bambina ci colpisce nella sua inespressività. Nella stessa sezione gli Awakened si risvegliano nell’acqua.

LA TERRA RIDE NEI FIORI

La sezione celebra il tema della vanitas, un motivo sotteso a molte opere di LaChapelle ma qui enfatizzato dal riferimento alla tradizione iconografica barocca con il trionfo della natura morta floreale. Il titolo della serie, che è una citazione letteraria tratta dalla poesia Hamatreya di Ralph Waldo Emerson (scrittore e filosofo americano vissuto nel XIX secolo), offre una chiave di lettura che riposiziona, e per certi versi capovolge, il concetto stesso di caducità: i fiori recisi, simbolo della condizione effimera dell’esistenza, diventano un’espressione eccessiva, sfacciata come uno sberleffo della natura.

NATURA MORTA

Natura Morta è il titolo di questa insolita serie fotografica attraverso la quale LaChapelle offre un’inquietante quanto macabra galleria di ritratti di personaggi famosi. Dopo aver appreso che il Museo Nazionale delle Cere di Dublino è stato teatro di un violento atto di vandalismo con danni all’intera collezione di statue, il fotografo ottiene il permesso di effettuare gli scatti che compongono questo ciclo. Le effigi inanimate di personaggi noti giacciono smembrate e orribilmente ricomposte sullo sfondo di cartoni per l’imballaggio. A questi ritratti è correlato il ciclo Last Supper, dove l’aspetto macabro cede il passo a un effetto decantato, in un certo senso sublimato dalla rievocazione di un capolavoro del passato: l’Ultima cena di Leonardo è ricostruita attraverso la successione di tredici fotografie dedicate ai protagonisti del racconto evangelico, riprodotti in cera limitatamente ai dettagli delle teste e delle mani.

IL MIO GESÙ PRIVATO

L’inclinazione di LaChapelle verso i temi trascendentali trova la sua più esplicita espressione nella presenza del divino tra gli spazi del quotidiano ed è rappresentata dal ciclo fotografico Jesus is My Homeboy, ma anche da opere come Pietas e The Beatification series. Emblematica di questa sezione è American Jesus dove LaChapelle ripropone l’immagine – già rivisitata in Pieta with Courtney Love – della Pietà rinascimentale, con Gesù che giace esanime sulle ginocchia della Madonna, sostituendo alla figura materna quella di Cristo stesso nei panni di un giovane hippie che regge il corpo senza vita di Michael Jackson.

STAZIONI DI RIFORNIMENTO

Le stazioni di rifornimento viste da un luogo e da un tempo futuro saranno scoperte come resti architettonici di un mondo perduto, come i templi aztec­­­hi o l’Isola di Pasqua. Le culture future, con altre preoccupazioni, si interrogheranno sul loro significato. Fotografate nelle foreste pluviali di Maui, le stazioni esemplificano un isolamento che prolifera ed è profondamente radicato nella nostra cultura. I modelli analogici in scala rivelano le imperfezioni della mano dell’uomo, nello stesso modo in cui il nostro sistema artificiale per creare energia è imperfetto. Queste immagini tuttavia non sono didattiche, non condannano e non giustificano. Semplicemente esistono, sono ciò che ha reso possibile il nostro mondo. Sarà l’approccio che sceglieremo adesso a decidere il nostro destino.

LAND SCAPE

Land Scape segna un nuovo approdo della ricerca poetica di David LaChapelle, che disegna orizzonti futuri dove l’umanità è scomparsa e le metropoli sono isole nel deserto, trasformate in complessi industriali incessantemente attivi. ­­­

Il backstage di questo progetto fotografico, documentato in un video, svela che il processo tecnico con cui sono stati resi i paesaggi spettacolari qui rappresentati non ha implicato nessuna manipolazione digitale o effetto di postproduzione: il set è un modello realizzato da professionisti di Hollywood specializzati nelle scenografie. Un lavoro artigianale ad alta precisione, condotto mediante l’assemblaggio di prodotti industriali e piccoli oggetti riciclati come bicchieri di plastica, bigodini, cartoni per le uova, caricabatterie, cannucce, lattine e contenitori di vario tipo. I plastici sono stati poi collocati nel panorama reale delle colline californiane e ripresi durante diverse ore del giorno, quando l’atmosfera vira nelle tinte dell’alba o della notte.

ARISTOCRACY

Aristocracy rappresenta la serie di lavori più recenti di David LaChapelle. Fa riferimento a una classe vip, a un gioco d’alta società sospeso tra noia e autodistruzione e rappresenta la parabola esibizionista di uno snobismo che sfocia nella performance acrobatica e nella perdita di senso. Qui, come in molti lavori di LaChapelle, il caos si tinge di rosa e il contrasto tra il dramma e la sua patina iperreale rimane sospeso in una metafora seducente e caustica. Le evoluzioni e gli avvitamenti disegnati dai soggetti suggeriscono un richiamo all’aeropittura di tradizione futurista; allo stesso tempo le atmosfere dense e turbinose evocano le tempeste sublimi di Turner.

VALUTE AL NEGATIVO / INCIDENTI

Negative Currency e The Crash sono due serie complementari realizzate nel 2008, anno nevralgico che segna l’esplosione di quella che è stata una delle peggiori crisi finanziarie della storia. Negative Currency richiama l’attenzione sugli effetti negativi, quando non devastanti, del denaro e risulta profetico degli eventi disastrosi che hanno precipitato nella recessione il sistema economico mondiale, in seguito allo scoppio della bolla immobiliare in USA (crisi dei subprime) e al crack della Lehman Brothers. Il richiamo ad Andy Warhol è evidente in entrambe le serie (One Dollar Bills e Death and Disaster); per LaChapelle, al contrario di Warhol, le banconote subiscono un vero e proprio oscuramento e sono presentate come un negativo fotografico che sottolinea l’inversione al ribasso di tutte le borse, innescata dalla moneta statunitense. Gli Incidenti, invece, svuotati del tema originale – la censura della morte da parte di una società edonista e indifferente – e caricati di significato metaforico, acquisiscono un nuovo valore plastico-estetico.


Catalogo_LaChapelle
DAVID LACHAPELLE DOPO IL DILUVIO / AFTER THE DELUGE

A cura di Gianni Mercurio, in collaborazione con Ida Parlavecchio
catalogo mostra, Roma, Palazzo delle Esposizioni, 30 aprile-13 settembre 2015
Giunti Arte mostre musei
PAGINE 240
PREZZO € 42

 

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