GIAPPONE // POESIA TRA NATURA E METROPOLI

di Marzia Siniscalchi

Innumerevoli fiori di ciliegio sotto un pallido sole di fine marzo; la perfezione esiste, qui dove ho tanto desiderato arrivare… in Giappone.

Oltre al cibo, alla cultura, alla moda, cerco tanto altro in questo viaggio; sono infatti sulle tracce dell’haiku, divenuto un genere letterario popolare in Giappone nel periodo Muromachi (1392-1573) quando si diffuse l’abitudine di riunirsi a comporre waka (poesia giapponese) in gruppi di persone in cui ciascun partecipante, a turno, componeva una poesia su un tema scelto in precedenza. Nella sua brevità – 17 sillabe suddivise in tre versi – l’haiku è un concentrato della raffinata sensibilità giapponese che preferisce sussurrare anziché gridare la sua forza espressiva. In soli tre brevi versi vengono racchiuse tematiche universali; il lettore non può non rimanere colpito dalla ricchezza di immagini e sentimenti che, tradizionalmente, partono da scene di vita quotidiana e dalla natura.

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ph. Alessandro Izzo

Questo haiku sembra scritto proprio per me e si adatta perfettamente al mio stato d’animo, di fronte allo schiudersi di una tale bellezza:

 Ragazza felice di trovarsi così

ad occhi chiusi

in un giorno primaverile

(Yamaguchi Seishi)

Mentre ammiro l’alternanza tra scenari naturali ed urbani a bordo dei treni superveloci shinkansen, immagino che ad ogni petalo di ciliegio in fiore – la fioritura di queste piante è al suo culmine in questo periodo – corrisponda una poesia; ai miei occhi sognanti di poetessa/autrice di haiku non potrebbe essere altrimenti!

Continuo a condurre la mia personalissima ricerca nell’estetica di quelle immagini che ho il privilegio di poter cogliere dal vivo – oltre al non trascurabile dettaglio di poter appagare i piaceri culinari espressi a livelli altissimi in terra nipponica – e sento la necessità di un confronto sul campo per poter sondare la reale diffusione di questa tradizione presso la popolazione.

La dolcissima Yuuki, compagna nell’escursione al Monte Fuji, rimane un po’ interdetta alla mia domanda: “Conosci l’haiku?“. In verità, resto più interdetta io alla sua risposta: un grosso punto interrogativo sul suo viso! Cerco di fornire ulteriori indizi, perché non intento rassegnarmi; leggiamo qualche componimento di Basho, uno degli autori più noti, almeno credo, ma niente, nessuna reazione. Sono stupita e un po’ delusa; certo, il campione così ridotto non può costituire una garanzia che l’intero popolo giapponese non si occupi minimamente dell’argomento, tuttavia inizio a pensare che potrebbe essere una di quelle situazioni in cui un’eccellenza del proprio Paese viene apprezzata e conosciuta maggiormente all’estero anziché in patria.

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ph. Alessandro Izzo

Passeggiando per Kyoto – nessuno potrebbe smentirmi – le strade sono pervase di un’atmosfera mistica e sospesa nel tempo; tutto è profondamente aderente allo stile sotteso all’haiku, dalla foglia che cade lentamente dall’albero, al soffio di vento che gonfia la lanterna appesa all’ingresso di una casa di legno, al suono delle calzature tipiche che percorrono le strade di basolato. Intime profondità, inaccessibili ad un occhio disattento, si svelano poco alla volta, con una disarmante semplicità, come quella della natura. Ed ecco un tramonto, un’anatra selvatica, un pettirosso, la neve, la pioggia, le stagioni con le loro peculiarità; l’haiku esorta alla partecipazione, al godimento dell’esperienza sensoriale, immediata e naturale.

Gli occhi cercano di catturare più istantanee possibili; le emozioni si stratificano, si intensificano, passo dopo passo, giorno dopo giorno, seppure con qualche breve ma significativa pausa di riflessione. Sì, perché non posso non soffermarmi su alcune “note stonate” in questa armonica orchestra di suoni, colori, immagini. Sono per lo più elementi connessi alla vita moderna di una metropoli come Tokyo, delirante ed affascinante, nel suo continuo alternarsi di grattacieli e templi, autostrade e vicoletti nascosti, negozi hi-tech e botteghe di artigiani. Tutto ed il contrario di tutto, contrasti insanabili dai quali mi sento fortemente attratta ma allo stesso tempo spaventata, come quando mi accorgo che la maggior parte della popolazione locale indossa la mascherina bianca sul viso, ufficialmente a protezione dalle allergie. Le donne sembrano contemporanee bambole seriali, con grandi occhi neri, profondissimi. Sto per cedere anche io all’uso della mascherina da Shibuya 109 dove potrei averne una targata Hello Kitty ad una modica cifra!

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ph. Alessandro Izzo

Superata la tentazione, mi ritrovo nella folla fluttuante del popolatissimo incrocio di Shibuya e mi chiedo come le persone riescano ad evitare spiacevoli scontri frontali nell’attraversare. Imbocco la metro dove mi colpisce, oltre all’ordinato defluire di migliaia di persone, l’irreale calma sui vagoni che si rivela la semplice osservanza degli inviti al silenzio e ad abbassare la suoneria del cellulare impressi sui vetri. Tra i pochi avvisi scritti anche in inglese, scopro che in determinate fasce orarie, sono previsti dei vagoni della metro dedicate alle sole donne; resto sconcertata pensando a quanto questa necessità strida con l’immagine del Giappone di paese economicamente e tecnologicamente avanzato. Proprio loro, i migliori, hanno bisogno di proteggere le proprie donne, come accade in paesi sottosviluppati e degradati. Una parte di me, tuttavia, pensa a quanto avrei apprezzato lo stesso servizio nelle nostre città e credo che, come me, tante altre donne italiane lo pensino.

Questa rapida considerazione mi riconnette col mondo reale ma non vale a distogliermi dal continuare a cercare nei sorrisi, negli occhi, nella gentilezza disarmante di questo popolo, il fil rouge che ci unisce tutti e ci fa riconoscere gli uni negli altri.

Grazie al mio andare, nonostante il rammarico di non aver trovato lungo il percorso tracce tangibili delle mitologiche scuole di haiku di cui avevo tanto letto nei libri e che speravo di trovare, sono stata io stessa parte di quelle poesie, in ogni tappa del viaggio.

Ai piedi del Buddha d’oro nel tempio Todai-ji a Nara, sul mio taccuino ho scritto questi versi:

Respiro divino

– polvere di incenso –

solleva

nell’aria

petali di ciliegio

≈ 

Tutto è natura

vento di aprile

candore sugli alberi

pace

 ≈

 Suono morbido

del gong

oro di Budda

sorriso dell’anima

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ph. Alessandro Izzo

Copertina: ph. Alessandro Izzo

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