FABRIZIO COSCIA, SOLI ERAVAMO

Tutte le vite straordinarie sono vite comuni. Non è vero il contrario. E questo precetto –fondamentale, giacché lo straordinario ci riguarda sempre –, basterebbe a racchiudere il senso di questo libro. In un’intervista Louise Ferdinand Céline[1] dichiara di aver «messo la pelle in gioco, perché non dimenticate una cosa: la grande ispiratrice è la morte. Se non mettete la vostra pelle sul tavolo, non avete nulla. Uno deve pagare. Quello che è fatto senza pagare sa di gratuito. Allora avrete scrittori gratuiti». In Soli Eravamo, il presagio céliniano è un fil rouge, un’enfasi dai contorni quasi paradossali[2] che a tratti ci fa sorridere, altri commuovere ma puntualmente ci restituisce l’umanità celata dietro le esistenze di coloro che, grazie a quella pelle sacrificata, ci parlano delle manie, delle fughe e dei deliri, dell’imprevedibile che è di tutti.

La prosa nitida ed esatta di Coscia ci riporta alla bellezza del dato biografico, nesso imprescindibile per la comprensione della micro e della macro historìa di un’opera. Ma l’operazione giunge ancora più a fondo e i dati biografici degli artisti si miscelano con quelli dell’autore, permettendoci in tal modo di annientare le distanze esperienziali e sensoriali. Quante volte ci siamo ritrovati, come Coscia, a sentirci vicini al vissuto fazioso o lucente, in una fusione emotiva con quelli che sono stati i nostri idoli? Quante volte abbiamo preso esperienze non nostre per attuare una consolazione inconscia? Io stesso, nei momenti più bui, ho attuato quello che ho definito come schieramento: alla stregua di una squadra calcistica, schieravo alla giornata diversi scrittori dalla vita malandata e dalle esperienze oscene; artisti alcolizzati dal destino infame che giocavano al mio fianco la partita contro la vita. Nella quarta di copertina, difatti, si specifica: «c’è stato un periodo in cui l’arte, la musica, la letteratura erano un tutt’uno con la mia vita; […], un periodo in cui anche la biografia degli artisti – spesso inquieta, tribolata, sofferta – mi sembrava capace, allo stesso modo della vita dei santi per un credente, di illuminare la mia esistenza di nuove intuizioni».
Questo processo d’immedesimazione affonda le radici innanzitutto nella psicoanalisi. Secondo lo psicoanalista francese Jacques Lacan, «il bambino – e quindi l’uomo in perenne crescita – costituisce la propria soggettività riconoscendo allo specchio l’immagine di un altro accanto a quella che, intuisce, essere la propria[3]».
Per tale ragione il titolo non poteva essere dissimile. Il Soli eravamo[4] di Coscia è da intendersi innanzitutto come una negazione. Eravamo: ora, attraverso una simulazione immaginifica, abbiamo cessato di esserlo. L’altro sguardo di Giano, altresì, ha la premura di specificare quella solitudine necessaria, obbligata; un mandala al quale si è costretti per trarre quell’arte che è dura sostanza[5] da percorrere in silenzio. Una solitudine, questa, generalista. Una solitudine che non permette vie di fuga e che ci condanna tutti. Condanna perfino i due personaggi trattati nel primo capitolo, Tolstoj e Rimbaud: accomunati da un espediente comune, in questo caso la fuga[6], entrambi avranno la consapevolezza che il deserto interiore da cui si fugge è un deserto che ci insegue.
È interessante individuare nella narrazione anche delle attinenze e dei rimandi metaletterari che possono fruttarci da spunto, da approfondimento o da scoperta. Leggendo il capitolo su Kafka, ad esempio, in cui l’autore racconta di quando lo scrittore cominciò a scrivere lettere per una bambina che aveva smarrito la sua bambola, ho scoperto dell’esistenza di un altro libro sull’argomento: Kafka e la bambola viaggiatrice[7].
Il capitolo dedicato ai suicidi imperfetti si è accostato nella mia mente, invece, a un romanzo sconcertante qual è Suicidio di Edouard Levé. Come non accostare la sorte di Levé – che, tre giorni dopo aver consegnato il manoscritto all’editore, si toglie la vita nella stessa modalità presente nella finzione letteraria –, a Virginia Wolf o Cesare Pavese? Facile è stato anche il rimando alla rubrica Mai Morti curata da Terranullius[8], un gruppo di autori giovanissimi che, attraverso una sorta di epitaffi fulminei d’esistenza, riesumano quelli che furono i vivi di ieri e perdurano nell’esserlo oggi, perché mai morti nella loro eredità.
Esattamente come gli artisti trattati da Coscia.
Soli eravamo è un libro che meriterebbe di finire nelle scuole sia per la sua funzione educatrice, sia per la passione – non solo verso l’arte, bensì per la vita –  che stimola nei lettori.
Quando si termina ci si sente affranti. La forza centrifuga delle parole porta quasi a prendersela con l’autore per aver escluso alcuni personaggi. È come se si sentisse il bisogno di un ulteriore aneddoto, di un altro assaggio del tutto inedito; è come se si provasse il desiderio di un focolaio e di porsi in cerchio, di alternarsi nel racconto di storie lontanissime e sconosciute.
Per fortuna questo è un libro che non finisce e che in alcune notti può dar voce a chi non ne ha.
Ognuno con la sua storia di solitudine.

Fabio Appetito

[1] Louise Pauwels, intervista a Louise Ferdinand Céline, in En francais dans le texte, Meudon, 1959.
[2] Un esempio di paradossalità è il capitolo su James Joyce in cui l’autore scopre, casualmente, un suo omonimo accanto alla tomba dell’uomo che in giovane età amò la moglie e verso cui provava una gelosia ossessiva.
[3] Jacques Lacan, Scritti, Einaudi, Torino, 1974, (ed. Or. 1969), in Paolo Bertetto, La macchina del cinema, Laterza, Roma/Bari, 2010, p. 8.
Lo specchio si riferisce a immagine o percezione in grado di generare simulazione e/o identificazione.
[4] Specificato dall’autore stesso, il titolo è ispirato da un passo del V canto dell’inferno di Dante: «[…] noi leggiavamo un giorno per diletto/di Lancialotto come amor lo strinse; /soli eravamo e sanza alcun sospetto».
[5] Alda Merini, Delirio Amoroso, Frassinelli, Milano, 2011, p. 13.
[6] Tecnicamente il libro si focalizza, per la maggior parte della struttura, sul vissuto di due artisti o per meglio dire due vicende accostate per analogie esperienziali; attuando una sorta di flashback o flashforward, l’autore dirige la struttura narrativa con un io narrante onnisciente tendente alla diaristica.
[7] Jordi Sierra i Fabra, Kafka e la bambola viaggiatrice, Salani, Milano, 2010, p. 121.
[8] www.terranullius.it

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