COSÌ FURONO PRESENTI ALL’AMORE. Due scritti inediti di Fabrizio Coscia

TRITTICO DI BACON

In una notte del 1960 a Londra, un giovane ladro entra in un appartamento nel West Land, ma fa troppo rumore e sveglia il proprietario della casa, un celebre e ricco pittore irlandese. Il ladro farfuglia qualcosa, non sa come giustificare la sua presenza, ma l’uomo, per tutta risposta, lo invita a spogliarsi e a infilarsi nel letto con lui. Da quella notte i due diventeranno amanti e resteranno insieme per undici anni, dando vita a una delle relazioni più burrascose e chiacchierate della storia dell’arte. Quella tra Francis Bacon e George Dyer fu, più che una storia d’amore, un caso clinico di sadomasochismo, che forse potrebbe interessare più gli psichiatri che gli storici dell’arte, se non fosse che il corpo di George Dyer – ladruncolo maldestro dell’East Land, alcolizzato, ansioso e balbuziente – fu ritratto ossessivamente da Bacon, ispirando alcuni dei suoi quadri più celebri. Dyer aveva un fisico atletico e virile, e inoltre il suo lato naïf e la sua natura di perdente lo rendevano il tipo della vittima perfetto per uno come Bacon, che amava circondarsi di parassiti, debosciati e perditempo. Lui stesso lo prendeva spesso in giro, anche in pubblico, per la sua inadeguatezza e la sua ignoranza. Eppure, lo dipinse con tenerezza e pietà, con una cura affettuosa per il suo corpo muscoloso. Ma il prezzo che Dyer dovette pagare per quell’amore fu altissimo. Nell’ottobre del 1971 accompagnò Bacon a Parigi, per l’inaugurazione della sua mostra al Grand Palais, e morì, probabilmente suicida, per una miscela letale di psicofarmaci e alcol, la sera prima del vernissage. Bacon lo trovò senza vita, seduto sulla tazza del bagno. In quella stessa posizione lo ritrasse, due anni dopo, nel Trittico, Maggio-giugno 1973: nel pannello di destra l’uomo è intento a vomitare nel lavandino, in quello di sinistra è sulla tazza del bagno, già morto, e in quello centrale c’è solo la testa di Dyer, con davanti un’ombra di ali di pipistrello. «Una delle cose terribili del cosiddetto amore – ha detto una volta l’artista irlandese – è la distruzione». Ne portano tracce tutti i suoi quadri, dove i suoi modelli-amanti vengono letteralmente vivisezionati. Per questo, benché abbia sempre sognato di dipingere un sorriso, come lui stesso ammise, non c’è mai riuscito. Nella sua pittura, che non era interessata ai sentimenti, né alla mente, ma a quello che lui chiamava il sistema nervoso, c’era spazio solo per le smorfie spastiche, per i contorcimenti e la decomposizione dei corpi.

UN AMORE PER JEANNE

Una notte verso le due, dopo che aveva come al solito rovesciato sedie e rotto bicchieri in un bar, e fu cacciato in malo modo, Modigliani si ritrovò su una panchina, esausto. Jeanne lo raggiunse, sedendogli accanto in silenzio, e lui le cinse le spalle. Restarono così per ore, senza dire una parola, paghi di quell’abbraccio protettivo. Una scena che mi pare suggelli alla perfezione il senso di questo legame d’amore. Jeanne Hébuterne era una studentessa d’arte dal volto serio e intenso, e dalla meravigliosa chioma castana, che portava legata in lunghe trecce con la scriminatura al centro e una fascia intorno alla fronte. Era minuta, spesso silenziosa, ma aveva fascino, spirito creativo ed era molto sicura di sé. Conobbe Amedeo Modigliani nella primavera del 1917 e divennero amanti una sera di maggio, all’Hotel Dieu. Da allora lei gli fu accanto fino alla morte, sfidando il parere contrario dei genitori, e consacrandosi completamente a quest’uomo difficile e geniale, dalla salute cagionevole e dal temperamento imprevedibile. I due si amarono senza riserve, e si ritrassero a vicenda per tutto il tempo che vissero insieme. Lei divenne la sua principale modella, raffigurata in tutti i modi – con cappello, scialle, in maglione giallo a girocollo o in abiti scuri, in camice bianco, di profilo o di fronte, coi capelli sciolti, legati a crocchia o intrecciati, e infine incinta, col ventre rigonfio, davanti a una porta – ma mai nuda, tranne che nel disegno sulla locandina della prima personale di Modigliani alla galleria di Berthe Weill, il 3 dicembre 1917. Lui divenne tutto per la giovane artista: padre, amante, marito, fratello, figlio. Spesso litigavano furiosamente, soprattutto quando Modigliani si ubriacava, al punto che molti proprietari di locali si rifiutavano di farli entrare, sapendo già come sarebbe finita. Ma Jeanne Hébuterne non avrebbe potuto concepire la sua vita senza di lui. Gli diede una figlia – che chiamarono Jeanne – e portava un altro bambino in grembo quando, due giorni dopo la morte di Modigliani, la donna, distrutta dal dolore, decise di togliersi la vita, gettandosi dalla finestra del quinto piano della casa dei suoi genitori.

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