ELENA BELLANTONI. PRONTO SOCCORSO

di Elena Bellantoni

A capodanno decido con un gruppo di amici di andare a Catania. Sono molto contenta, mi merito qualche giorno di tregua, il 2015 è stato molto intenso e produttivo, ho voglia di staccare un po’ e di farmi una bella camminata sull’Etna che borbotta parole di cenere ultimamente.

Le parole quest’anno sono state la mia cartina di tornasole: lo strumento con cui ho inciso i vinili di Lucciole, ho rotto i piatti di Parole Cunzate, ho battuto sulle mie 9 Olivetti, ho resistito con Impero Ottomanola mia ultima performance -. Non mi definisco una performer né una video artista, piuttosto preferisco essere un’investigatrice, raccolgo tracce, narrazioni e testimonianze nelle mie esplorazioni, perché di questo si tratta.

Sono le 02:00 del mattino dell’1 gennaio 2016, il concerto di una band catanese piena di energia è appena terminato, la pista da ballo si è appena svuotata ed io sono appesa alle ultime note del sax tenore che rimbombano nella mia testa. Faccio un ultimo pensiero prima di chiudere gli occhi: “Sto davvero bene, mi sento aderente a me stessa …”.

La questione dell’appartenenza e dell’identità attraversa tutto il mio lavoro di ricerca ed indagine, del mondo in cui sono immersa e della relazione con l’Altro da me. Il corpo è diventato lo strumento che scrive questo linguaggio, le parole, il codice in cui è tradotto.
Questo percorso ha preso il largo con Hala Yella addio/adios, un lungo viaggio fino al “culo del mondo” – come dicono al Sur – esattamente nella Patagonia Cilena nell’Antartica meridionale. Mi sono spinta in questa zona estrema del mondo per incontrare l’abuela (nonna), Cristina Calderon, l’ultima superstite di una stirpe molto antica: gli Yeghan, popolazione nativa dello stretto di Magellano. Ho passato due mesi alla biblioteca Nacional di Santiago del Cile per studiare sui testi dei padri gesuiti – in lingua francese e inglese – per trovare le tracce di quest’idioma antichissimo e produrre un Abecedario illustrato. Dopodiché mi sono imbarcata con una nave cargo e in 48 ore ho raggiunto il final del mundo: la isla Navarino, ovvero Capo Horn, per incontrare questa donna – dichiarata patrimonio dell’Unesco – che parla lo Yeghan.

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Hala Yella addio_adios, 2013, still dal video

Mi ritrovo non so come a terra, ho perso conoscenza, ho la mano sulla pancia e gente attorno mi chiede come mi sento. Il dolore è forte, non è la pancia dico ma la mia mano destra che ciondola e non si regge da sola. È rotta?

Cosa si è rotto? È la domanda che ho posto a tutte le persone che hanno partecipato lo scorso agosto alla mia performance Parole Cunzate, durante una residenza ad Ostuni per Apulia Land Art Festival. Ho deciso di riprendere l’antica tradizione della cunzatrice: colei che girava nei paesi per aggiustare/rattoppare/ricucire piatti e oggetti casalinghi ormai rotti. La tecnica consisteva nella creazione di veri e propri buchi di sutura sulla superficie del manufatto, tenuti insieme da un fil di ferro e una maltina. Durante la performance all’aperto negli antichi orti di Ostuni, invitavo lo spettatore a sedersi di fronte a me e rompere un piatto, ricevuto in dono dagli abitanti del paese. Ad ogni persona veniva posta la domanda sulla rottura, la risposta quindi trascritta sul piatto poi cunzato e sistemato all’interno di un’istallazione circolare. Un lavoro sul trauma, su quelle crepe che ci attraversano e compongono la nostra storia e personalità.

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Parole Cunzate, 2015, veduta installazione Apulia Land Art Festival, a cura di Saverio Verini e Giosuè Prezioso, con il coordinamento scientifico di Ilaria Gianni

Sono quasi le 03:00, sono al Pronto Soccorso del Garibaldi di Catania. Nessuna giubba rossa, solo lettini blu e luce al neon. Provo a resistere al dolore facendo una respirazione diaframmatica, intanto mi guardo intorno: da una sfilata di tacchi a spillo usciti da una festa compare una ragazza che è stata azzannata al naso da un cane, un’altra invece è scivolata su un tappo di sughero e si è rotta tibia e perone. Ed io? Non ricordo nulla dico al dottorino di turno, i mei amici mi hanno visto volare dopo che due tipi mi hanno travolta correndo. Ed ecco che mi fanno una puntura di Toradol, resisto grazie ai mei slip rossi da capodanno, dovevano portare fortuna. Resisto ancora dopo la lastra, quando mi dicono che è una frattura scomposta del polso. Resisto.

Cosa resiste? Da poco si è conclusa la mia personale a Pescara: Lucciole.
Sono nata nel 1975, anno in cui Pier Paolo Pasolini è stato assassinato. Il primo febbraio, pochi mesi prima della sua morte, scrive sul Corsera L’articolo delle Lucciole. Ho deciso di ripercorrere gli ultimi 40 anni di storia del Belpaese, facendo delle interviste, per il  periodo compreso tra il 1975 ed il 2015, sugli avvenimenti che riguardano la storia politica d’Italia e che in qualche modo hanno condizionato, incrociato la vita personale di ciascuno di noi. Ho raccolto 40 narrazioni che sono diventate la traccia audio delle Lucciole, 4 dischi 33 giri in vinile divisi per anni. “Il personale è politico”, vecchio slogan degli anni ‘70, rivive nei racconti delle persone che hanno resistito al tempo della storia.

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Millenovecentosettanta Lucciole, 2015, dettaglio. Vinili Alviani ArtSpace, a cura di Antonello Tolve

Cosa resiste? È la domanda che pongo con Impero Ottomano: una perfomance – installazione in cui una grande lastra di ottone, un tavolo e due sedie tengono la scena. Mi siedo e invito il pubblico ad una sfida a braccio di ferro.
Con Impero Ottomano il gioco forza tra oriente e occidente si traduce visivamente sui 12 kg di lastra di ottone tirata a lucido, ciò che resiste è il linguaggio, le parole che incido sulla lastra dopo la sfida a due.

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Impero Ottomano, 2015, performance. Alviani Artspace, mostra personale a cura di Antonello Tolve

Ore 08:00 esco finalmente dal Garibaldi con un bel gesso bianco che mi arriva sotto l’ascella. Ne avrò per 30 giorni, tutti mi chiedono se il gesso sia il frutto della mia performance con il braccio di ferro. Io cerco di venirne a capo riflettendo sul legame tra arte e vita. La risposta immediata, essendo appena uscita da un pronto soccorso, è che io lavoro sull’urgenza. Su quella cosa che mi preme e che è vera e necessaria per me, nel mio qui e ora.

Parole Passeggere è stata il giro di boa di quest’anno di produzione. L’urgenza della scrittura, del dire, della parola, è emersa ed ha preso forma grazie a delle vecchie macchine per scrivere Olivetti.
Ho realizzato per il progetto Inchiostro, in collaborazione con il MAXXI, un’installazione all’aperto, nel porticato della stazione dei treni di Roma Ostiense. Ho voluto disporre su 9 banchi di scuola 9 macchine Lettera 32. Le Parole Passeggere hanno iniziato a battere dalle 8 del mattino alle 9 di sera. I passanti e i passeggeri si sono fermati a scrivere o a dettarmi storie e pensieri. La scrittura, in fondo, ha un ritmo e un tempo come il camminare, attraversa uno spazio che è il bianco della pagina. Nell’arco della giornata dal porticato si è alzato un coro di ticchettii serrati e di battute, un via vai di gente ha ripercorso la strada dei ricordi attraverso la scrittura, fogli di carta appesi alle pareti hanno dato forma alle Parole Passeggere.

Siamo finalmente a febbraio 2016, ieri ho tolto il gesso, il mio prossimo lavoro sarà sull’a_braccio!

In copertina: Parole Passeggere, 2015, dettaglio installazione.

 

 

 

 

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