MANAGEMENT, VIENIMI SUL CUORE

intervista e foto di Jamila Campagna

Sumo è il quinto album del Management – il duo composto da Luca Romagnoli e Marco Di Nardo – è un album pieno di sostanze biologiche, di umori corporali che si riversano nella scrittura musicale e testuale dei vari brani,

liquidi più o meno densi che escono dalle casse dopo essere passati nell’anima e nel cervello degli autori. Dieci canzoni per un cocktail di spleen, pulp, ironia e soluzioni d’avanguardia che rinnovano il cantautorato italiano, riportano al posto giusto il concetto di indie e si agganciano a un modo elaborato e sorprendente di fare musica. La sperimentazione del duo è il proseguimento ideale dell’ingegno di cantautori in stato di grazia come Luca Carboni e Lucio Dalla, mantenendo comunque un carattere peculiare e inedito che conferisce al Management una firma specifica e riconoscibile. Introdotti nuovi elementi rispetto ai precedenti lavori, la quinta essenza di questo quinto album resta sicuramente quella nota di libertà che rende il Management sempre coraggioso e sfrontato, lì a parlare delle cose toccandole dentro e rigirandole senza timore, per amor del vero. Per questo Sumo è un tunnel ben arredato, con atmosfere new-retro eleganti e hard-boiled, in cui si cade con piacere, un tunnel illuminato dalla Luna, eterna musa affacciata come un faro dentro l’altra musa che è la notte.

Abbiamo incontrato e fotografato il Management in occasione del concerto al Monk di Roma lo scorso 29 febbraio. Ecco l’intervista, i ritratti nel backstage e la gallery del soundcheck!



Sumo
è un album riflessivo, fatto di sguardi interiori. Per citare un vostro vecchio brano (Il Vento, contenuto in Un incubo stupendo, 2017), possiamo dire che il bambino che avete dentro è cresciuto ma continua a essere così dolce da far piangere il demonio?
La malinconia diventa sempre più grande con l’aumentare della nostra età anagrafica, che si allontana sempre di più dall’età di quel bambino. Forse, come si usa dire, torneremo ad avvicinarci a quel bambino, e alla sua purezza, solo quando saremo molto vecchi e vicini alla fine.

Sempre parlando di trasformazioni, il Management del dolore post operatorio oggi è il Management. C’è qualcosa in meno nel vostro nome e c’è qualcosa di diverso nella vostra ricerca artistica?
Abbiamo abbandonato tutti gli orpelli esteriori. Niente gesti, niente provocazioni, niente vestiti o mode, niente invenzioni del momento. Solo uno sguardo pienamente concentrato su quello che abbiamo dentro.

Essere un duo è ovviamente diverso dall’essere una band o dall’essere solisti, ma in tutti questi anni non vi siete mai persi: volete raccontarci qualche aneddoto sul vostro metodo creativo?
Quello di cui hai bisogno è molto più importante di quello che hai. Abbiamo bisogno l’uno dell’altro, ognuno dei due ha quello che manca all’altro.


Tornando all’album, come mai avete pensato proprio alla figura iconica del lottatore di Sumo, sia per il titolo dell’album che come metafora del tempo che passa nella canzone omonima?

È stata un’intuizione, anche abbastanza semplice. Niente di trascendentale. Il tempo ci viene incontro in maniera così perentoria, solenne, è così difficile sfidarlo, pensare di prenderlo e spostarlo. È così pesante e forte.

Prima dicevo che Sumo è un album fatto di sguardi interiori, mi viene da aggiungere che conoscersi a fondo e apprezzarsi dà poi modo di diventare empatici. Il primo estratto dell’album, Come la luna, è una canzone di straordinaria bellezza che parla di una ragazza piena di ferite, nell’anima e nel corpo – senza cadere nella retorica patetica – dove la protagonista ha un fascino da eroina postmoderna. Che percorso avete fatto per restituire un racconto così forte e sentito?
Abbiamo ragionato al contrario, abbiamo cercato di capire dove NON dovevamo andare.
Non dovevamo concederci alle urla del talk show, a tutto quel parlare senza dire nulla, non dovevamo concedere spazi alla banalità e alla stupidità, non dovevamo lasciare un solo respiro all’imbecillità. Abbiamo deciso di sussurrare una storia così difficile da raccontare, per avvicinare solo quelli che la volevano realmente ascoltare.

A proposito di Luna, una luna rossa è anche la protagonista della copertina di Sumo. Quanti significati nasconde questo artwork?
È stato un giro magico di casualità. Sumo richiamava il Giappone e la sua bandiera. La bandiera del Giappone ha un sole rosso ma questo è un disco molto lunare, malinconico, da ascoltare al buio, di notte. Lo studio dove abbiamo registrato Sumo è lo stesso in cui Roberto Murolo ha registrato la leggendaria Luna Rossa. Non era possibile chiedere che le cose si intrecciassero meglio di così.

Un’altra donna di questo album è Chiara, del brano Chiara scappiamo. C’è un’atmosfera di corsa e di impeto, quasi che non ci si trovasse mai al posto giusto e si continuasse a cercare. Pensate che sia una canzone generazionale?
Volevamo raccontare un amore semplice e leggero, circondato però dall’orrore del mondo esterno. Finché il mondo sarà un posto così cattivo, forse questa canzone avrà sempre motivo di essere ascoltata.

Una particolarità di questo album: nella tracklist c’è Sessossesso che è veramente una canzone del terzo millennio, nata da un esperimento social…
Sì, l’abbiamo scritta insieme ai nostri fan. Migliaia di persone hanno partecipato e hanno detto la propria idea. Ci hanno inviato testi, idee, spunti, pensieri. È stato un bel casino metterla in ordine e semplificarla per darle la forma di una canzone. Ci siamo divertiti molto!

L’estetica dell’arrangiamento scelto per l’album in studio ben si presta ad adattarsi alla vostra veracità cantautorale rock, un po’ pulp, in occasione dei concerti. Avete mai pensato di fare un album live?
Tutto è possibile, per il concerto però sarebbe preferibile avere anche un supporto video. Anche se non è assolutamente possibile avvicinarsi alle sensazioni incredibili che può dare un live.

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