GIORGIO DE FINIS. LA CULTURA È UNA QUESTIONE IPER

Intervista a cura di Jamila Campagna

In questi mesi di grandi ripensamenti culturali e di sfide per il mondo delle arti e dello spettacolo, arriva una nuova intervista a Giorgio de Finis, con il quale ho sempre il piacere di trovarmi a dialogare sul filo dell’inventiva e della propositività, trovandoci attorno a una ricerca fatta di risposte che sono domande verso la contemporaneità e domande che sono risposte alle esigenze del presente; un’intervista che arriva a pochi giorni dall’inizio dell’IPER – Festival delle Periferie che si terrà il 21-22-23 maggio a Roma, di cui de Finis è direttore artistico, con la collaborazione curatoriale di Claudia Pecoraro e Sofia Francesca Miccichè. Un festival che si irradierà dal Teatro di Tor Bella Monaca per raggiungere tutta la periferia romana con un’offerta culturale phigital, con eventi finalmente in presenza ed eventi in streaming digitale, abbracciando tutte le arti tra il desiderio di tornare dal vivo e la voglia di esplorare tutte le possibilità mediatiche del web.

IPER è un dispostivo corale, vivo e pulsante nella pluralità dei suoi protagonisti, che col suo nome si propone spaziale, teso verso un’estensione quantitativa e qualitativa già intrinseca nella ricchezza e nello sconfinamento culturale delle periferie, le periferie che il Festival vuole raccontare e nutrire, che spesso sono urbanisticamente confinate e che stavolta vengono invece attenzionate, espanse e integrate proprio attraverso il sistema istituzionale del museo che si fa festival: di fatto IPER è manifestazione tangibile del RIF – Museo delle Periferie – già attivo in streaming da alcuni mesi e in attesa di apertura con una sede sul territorio romano – un museo in continuo divenire, che apre – anzi distrugge – le sue teche ideali per far entrare la città, per valorizzare le periferie aggiungendo risorse alle risorse già presenti, secondo un principio di addizione che è sempre crescita – urbana, sociale, culturale – e riscoperta.

Qui il programma completo di IPER – Festival delle Periferie:
https://www.museodelleperiferie.it/pagina/iper-festival-delle-periferie


È passato poco più di un anno dalla nostra ultima intervista, ma sono accadute talmente tante cose sul piano sociale e culturale che sembra passata un’epoca. Che anno è stato per te dal punto di vista sia umano che professionale che, come sappiamo, sono spesso inscindibili quando si opera in campo umanistico e artistico?

Un anno molto proficuo, a dire il vero. La chiusura del MACRO Asilo è stata dolorosa e ha anche comportato un radicale cambiamento della mia routine giornaliera, non più dettata dalle necessità di quella macchina infernale con oltre cinquecento eventi mensili. Poi tutto si è definitivamente fermato con il lockdown, che è stato un evento che non si era mai verificato nella storia umana e sul quale mi sono messo subito a riflettere, un po’ per guardare il mostro dritto negli occhi, appuntando ogni giorno metodicamente osservazioni e riflessioni dall’angolo visuale del mio salotto e dal raggio dei 500 metri consentiti intorno alla mia abitazioni. Questi appunti sono diventati un libro che scherzosamente ho intitolato Mork chiama Ork. Microetnografia della pandemia. In estate poi è stata annunciata la nascita del Museo delle periferie. Un progetto che pensavo non avrebbe mai visto la luce, dopo la chiusura del MACRO Asilo e a causa della pandemia.


Conclusa l’esperienza del MACRO Asilo, hai avviato il progetto del Museo delle Periferie. D’istinto, mi viene da pensare che la periferia, idealmente, sia fatta soprattutto di patrimoni effimeri – street art, poster art – e immateriali, come quello linguistico, legato a tradizioni orali autoctone, a culture in trasformazione, al melting pot.
Che tipo di museo è un Museo delle Periferie? Come si può affrontare e musealizzare una tale complessità?

Come sai io non musealizzo in senso classico: i miei “musei” sono qualcosa di vivo, fluido, in costante divenire; sono – per dirla con Chantal Mouffe – “spazi agonistici”, dispositivi d’incontro, anche apparizioni (di ciò che esiste e non si vuole far vedere – per esempio la grande quantità di artisti che opera nell’era della cosiddetta arte espansa – ma anche di ciò che non esiste, ancora, come una città plurale, partecipata, inclusiva, pubblica). Il Museo delle Periferie sembra un ossimoro: da una parte c’è il museo, il luogo della valorizzazione, il fiore all’occhiello delle città globali in competizione; dall’altro le periferie, tristi, grigie, senza niente da dire, ignoranti e violente. Il Museo RIF vuole studiare cos’è la periferia su scala planetaria, uscendo dai pregiudizi che la stigmatizzano, mostrandone le risorse, le potenzialità e, quando ci fossero delle carenze, colmandole contribuendo alla costruzione di una città più giusta.

Il nome del museo abbreviato è RIF, che non è un acronimo come spesso accade per i musei: è il centro della parola periferie. Vuole significare il desiderio di metterere le periferie al “centro” del dibattito culturale, oppure che c’è una periferia in ogni centro? Oppure, ancora, che c’è un centro in ogni periferia?

Forse tutti e tre i significati, ma RIF sta anche per rifondazione dei confini della città, che a Roma non sono più quelli dei 7 colli disegnati dall’aratro di Romolo.

Il Museo delle Periferie ha iniziato il suo percorso alcuni mesi fa mettendo in rete spazi dislocati, riattivando luoghi della cultura fermi come i teatri; è andato poi a proseguire ampliando i suoi spazi con modalità di diffusione online, per fronteggiare la pandemia che ha posto nuove sfide al mondo della cultura, in particolare a quello museale e delle arti visive e audiovisive e dello spettacolo dal vivo. Rif è un esempio virtuoso di ripensamento museale in tempi di emergenza, uno spazio ideale e reale che ha trovato una chiave per mettere in atto anni di teorizzazioni sul “museo digitale”. Ti va di raccontarci la tua esperienza nel dirigere un museo che vive nella dimensione digitale?

Ho pensato a questa possibilità quando mi sono chiesto cosa avrei fatto in piena pandemia se mi fossi trovato ancora a dirigere il MACRO Asilo, che era un progetto che invitava alla partecipazione, a vivere il museo, a stare tutti insieme… Qualcuno mi ha detto perfino che ero stato fortunato, perché quel progetto non si sarebbe potuto realizzare con il distanziamento sociale imposto dalle misure anti Covid-19. Ci ho riflettuto… e poi mi sono detto che nel giro di uno o due mesi avremmo potuto trasferire tutto su piattaforma, ospitando artisti e protagonisti negli spazi del museo e avvalendoci di streaming e della rete per continuare la relazione del museo con la città. Quindi eravamo pronti prima che il RIF nascesse… poi la pandemia, lo smart working, la DAD, hanno reso a tutti più familiari questi strumenti che sono diventati via via quotidiani… Oggi credo che un grande evento culturale non possa più permettersi di avvenire solo in presenza, senza contemplare una dimensione parallela nel web.


Pensi che il mondo della cultura abbia gli strumenti per rinnovarsi davanti alle difficoltà inaspettate che ci troviamo ad affrontare da un anno a questa parte?

Certo, e il modo migliore per farlo non è aggrapparsi alla tavola della nave affondata. Dobbiamo provare a trasformare quello che all’inizio ci appare un surrogato, un doversi accontentare, una debolezza in un punto di forza. Io lo faccio sempre, la -1 art gallery era al piano dei bagni pubblici e invece di nasconderli ho scelto il simbolo della toilette come logo; il MAAM è un museo nato nel luogo più malmesso della città… e anche non avere budget è una enorme risorsa se questo ti permette di chiedere aiuto a tutti inventando un gioco che diventa davvero di tutti, come è avvenuto al MACRO Asilo e anche a IPER.

Tornando al nome del museo, è interessante che ci sia un’idea plurale: Periferie. È come “Rome, nome plurale di città”?

Proprio così. Valorizzare le differenze sempre, e saper essere accoglienti, soprattutto se si è un’istituzione.

Come una specie di bellissima superfetazione dal museo nasce il Festival delle Periferie…

Sì, il museo, come l’isola che non c’è (perché ricordo che il RIF non ha ancora il suo spazio fisico, che sarà costruito come opera a scomputo mi auguro a breve), apparirà il 21, con i suoi oltre 400 eventi online e in presenza, in tanti luoghi della città e non solo. Nomade e ubiquo, per dare voce ai territori senza voce.

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