CORDE OBLIQUE – I MAESTRI DEL COLORE

recensione e intervista di Jamila Campagna

Arpeggi, archi, percussioni si fanno strada nelle sonorità ricercate de I Maestri del Colore, sesto album dei Corde Oblique, gruppo eclettico condotto dal maestro Riccardo Prencipe, uscito il 2 maggio per le etichette Infinite Fog – Audioglobe.

Un album all’insegna della sinestesia, a partire dal titolo e fin dentro ogni traccia: la prima, Suono su Tela, è una strumentale vibrante e ritmata che evoca la possibilità di portare la musica nell’universo dell’immagine ed è anche il primo singolo estratto, con un video ambientato nell’imponente e misteriosa Villa Bruno a San Giorgio a Cremano (Napoli).
Da qui ci si addentra in una tracklist costruita su molti livelli, in un susseguirsi di tracce strumentali e di brani arricchitti dalla voce, con ritmi corposi e incalzanti, tutti basati sull’input del colore. I Sassi di Matera appoggia il canto sulla musica per narrare la suggestione di un luogo e della sua cultura, così come Amara Terra Mia, cover a cappella della celebre canzone di Domenico Modugno, e la strumentale Papavero e Memoria riportano sul piano musicale le radici culturali e il senso di appartenenza, unendo le sonorità della musica folkloristica al respiro intimistico e personale delle esperienze di vita. Dagli archi di Urlo Rosso agli strumenti a fiato di Giallo Dolmen ci si ritrova sommersi in una tavolozza di colori che svelano, all’ascolto, l’esito di un’ampia ricerca non solo musicale ma anche più approfonditamente storico-artistica. Nell’insenatura di questa ricerca emergono A Fondo Oro, canto medioevale spagnolo del XII secolo, che nel suo slancio filologico è l’occasione per utilizzare strumenti cordofoni come il liuto – in questo caso costruito dal liutaio Vincenzo Cipriani di Assisi e suonato da Riccardo Prencipe – e l’oud – qui suonato da Peppe Frana dei Micrologus – e il brano Il Cretto Nero che spicca per il suo testo complesso, una fiaba che omaggia il sud Italia con un tono malinconico e struggente.

Abbiamo parlato del progetto, di live e de I Maestri del Colore con il maestro Riccardo Prencipe, che ci ha trovati allineati nel suo sguardo aperto e interdisciplinare.
Ecco l’intervista!

Corde Oblique non è semplicemente una band ma è un vero e proprio progetto artistico da te diretto. Come sono nate le collaborazioni con i musicisti presenti nei vari album e, in particolare, con quelli dell’ultimo album I Maestri del Colore?

Corde Oblique nasce nel 2005 come progetto solista. Ero convinto di volere spazio e libertà per invitare nei miei album musicisti e cantanti provenienti dalle realtà musicali più disparate. Ho sempre avuto gusti musicali a dir poco “schizzati”, ascoltando dal death metal alla musica contemporanea, dalla musica medievale al rinascimento, e forse le mie collaborazioni rispecchiano quella che definirei una libera e goduta incoerenza. Ho sempre provato a invitare i musicisti dei progetti che più stimo musicalmente. Oggi Corde Oblique è praticamente una band da me diretta, c’è ottimo feeling caratteriale e armonia con i musicisti che collaborano a questo progetto con grande costanza, un ringraziamento particolare lo devo a: Alessio Sica, Edo Notarloberti, Annalisa Madonna e Umberto Lepore.

Il titolo dell’ultimo album – I Maestri del Colore – e la copertina – una foto paesaggistica del maestro Franco Fontana – rimandano a una collana di libri d’arte edita da Fabbri negli anni ’60. Qual è il ruolo del patrimonio storico-artistico e delle arti visive nella realizzazione dei componimenti di Corde Oblique?

Durante gli anni dell’università passavo giornate intere sfogliando i Maestri del Colore, acquistandoli ovunque e usandoli come strumento per capire lo stile degli artisti. Non serve imparare centinaia di immagini a memoria, nozioni o documenti, ma astrarsi dalle immagini stesse per imparare a riconoscere la lingua del pittore, è in quel momento che si sta facendo storia dell’arte, ovvero storia dello stile. Sarò sempre grato ai miei maestri Stefano Causa e Ferdinando Bologna per avermi trasmesso la fondamentale importanza di questi fascicoli. Siccome nell’album ho voluto dare grande risalto all’importanza cromatica, ritmica e tonale della musica, mi sembrava questo il titolo-tributo più adatto.

Recentemente avete preso parte all’evento Comicon Live nell’ambito del Comicon, la grande fiera del fumetto di Napoli. Vuoi parlarci di questa esperienza che combina musica e arte fumettistica?

Sono sempre molto sincero: nonostante apprezzi lo sforzo degli organizzatori del Comicon di creare un innesto tra musica live e fumetto devo ammettere che il pubblico del Comicon si è dimostrato in gran parte sordo alla musica. Non solo nei nostri confronti, ma di tutte le band che si sono esibite, francamente sembrava di suonare a vuoto, di lanciare una palla contro un muro che non rimbalza. Questo non perché il pubblico del Comicon sia colpevole, ma semplicemente perché viviamo in un periodo storico in cui gli appassionati di un settore sono spesso insensibili a settori creativi diversi (salvo alcuni casi). Succederebbe lo stesso se si volesse inserire del Teatro allo Sziget Festival (tanto per fare un esempio). Speriamo che la gente impari ad aprire i propri sensi al nuovo, nel secolo dell’iper specialismo settoriale manca una sana manciata di poliedricità sensoriale.

L’esperienza col maestro Milo Manara, nell’edizione del 2015, è stata invece bella; soprattutto mi ha fatto piacere conoscere un uomo di grandissima competenza, umiltà e sensibilità.

La vostra musica è un folk progressive che porta in sé una matrice fortemente italiana ma la vostra produzione trova spazio anche nel panorama internazionale, ad esempio lo scorso dicembre avete fatto un importante tour in Cina. Quali differenze riscontrate tra il pubblico estero e quello italiano?

 Non credo esista una differenza tra il pubblico estero e il pubblico italiano. Esiste semplicemente un pubblico adatto e un pubblico disadatto. Purtroppo e per fortuna esistono pubblici adatti e disadatti in tutto il mondo. In Cina ci siamo trovati sia in situazioni favolose, di fronte a centinaia di persone che conoscevano e apprezzavano la nostra musica, che in situazioni (poche per fortuna) poco adatte alla nostra musica. Forse il pubblico che ho nel cuore è il pubblico tedesco, credo che la loro sensibilità musicale sia ineguagliabile, questo non solo nei nostri confronti, è una cosa che ho notato anche andando in Germania a concerti di altri musicisti. Anche in Italia spesso abbiamo suonato davanti a pubblici meravigliosi e attenti. La relazione tra pubblico è musicista è come quella amorosa, bisogna essere in due per far bene l’amore.

Per concludere, vuoi indicarci quali sono per te i punti focali dell’album I Maestri del Colore?

Una forte spregiudicatezza creativa; non ci si annoia (spero) semplicemente per il fatto che i brani attraversano stili assai diversi tra loro; il suono è molto curato; i musicisti hanno dato il massimo. Non si tratta di un disco da ascolto unico, bisogna entrarci dentro per bene. Spero che in quest’epoca di marasma, di stress e di poco tempo per tutto (tranne che per facebook) la gente abbia voglia e pazienza di entrarci.

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