BRUCE SPRINGSTEEN // LA FORMULA WESTERN STARS

Auditorium Parco della Musica di Roma, 24 ottobre 2019

recensione di Jamila Campagna

Tra il 2 e il 4 dicembre finalmente Western Stars – il documentario artistico diretto da Bruce Springsteen e Thom Zimny e dedicato alla vita del Boss intrecciata con la musica – arriverà nei cinema italiani. Ancora poche ore di attesa prima di scoprire quale sarà il feedback dell’affollatissimo popolo di fan di Springsteen.
Abbiamo preso parte all’anteprima nazionale lo scorso 24 ottobre all’Auditorium Parco della Musica di Roma, in occasione della Festa del Cinema, e si può essere quasi certi che i veri fan del Boss (che sono tutti sentitamente seguaci anche se sono tantissimi, con Springsteen niente mezze misure) apprezzeranno questa formula cinematica-musicale. In tema di musica si sono visti tanti film dedicati a concerti live, tante docufiction e biopic. Western Stars però non è simile a niente di tutto questo e risulta davvero difficile inserirlo in una categoria, così come è impossibile classificare il corpus musicale di Bruce Springsteen e persino la sua stessa persona, privata o pubblica che sia. Dopo aver provato a chiarire ciò che Western Stars non è, appare anche difficile raccontare questo film senza dire cose che rovinino la sorpresa a chi ancora non l’ha visto, è importante tenere a bada gli slanci verso approfondimenti che, tutto sommato, non occorrono per restituire il senso di quest’opera.

Springsteen, che, come dicevo, di questo lungometraggio è regista assieme a Thom Zimny, nei primi minuti del film trova una definizione ineccepibile: “Western stars è una meditazione in 13 canzoni“. Poi ci introduce nella location dove è stato girato questo concerto sui generis: il fienile ottocentesco che fa parte della proprieta dove vive con la sua famiglia, un posto magico dove racconta di aver organizzato feste private di ogni tipo, tra amici e parenti, negli ultimi 20 anni, un edificio in legno che è stato scelto anche perché ha la capienza giusta per ospitare l’orchestra di 30 elementi che desiderava e che ha, non da ultimo, un’acustica impeccabile. Springsteen ha aperto le porte del suo privato, un’operazione di delicata schiettezza – sembra quasi un ossimoro, ma non lo è -, come sfogliasse il diario di una vita, andando a slacciare i nodi tra una strofa e l’altra delle sue canzoni.
Forse il modo migliore che ho per spiegare il film Western Stars è andare a ritroso agli albori della mia passione per questo mito della musica contemporanea. Era il 2005 quando iniziai ad ascoltare Springsteen, avevo 18 anni e frequentavo l’ultimo anno del liceo; era uscito l’album solista Devils and Dust, che io corsi a comprare dopo essermi innamorata della canzone omonima che passava continuamente in radio, che avevo scoperto attraverso la piccola cassa della radiosveglia che avevo sul comodino e che ogni mattina mi strappava al sogno per buttarmi fuori dal letto. Quella canzone era incredibile, la sua voce e il testo erano struggenti e la musica li accompagnava con reverenza in un’atmosfera via via in crescendo, un american songwriting velato di gospel, una tensione verso il sollievo. C’era un equilibrio smerigliato tra tormento e riappacificazione che mi raggiungeva dritta nel diaframma.

I’ve got God on my side
And I’m just trying to survive
What if what you do to survive
Kills the things you love
Fear’s a powerful thing, baby
It can turn your heart black you can trust
[…] I’ve got my finger on the trigger
And tonight faith just ain’t enough
When I look inside my heart
There’s just devils and dust
[…] Fear’s a dangerous thing
It can turn your heart black you can trust
It’ll take your God filled soul
Fill it with devils and dust

Queste parole le sentivo fortemente mie – negli arrovellamenti esistenziali della giovane adulta che ero – e mi facevano capire così profondamente Springsteen, tanto che dissi a me stessa “Se la mia anima avesse una voce, sarebbe la voce di Bruce Springsteen“.
Quattordici anni dopo, la penso ancora questa cosa della mia anima e della sua voce. E rimpiango ancora di essermi persa le tappe di quel tour acustico del 2005. Lo vidi live la prima volta nell’ottobre 2006, folk tunes con la Seeger Sessions Band – ricordo che andai al concerto nonostante avessi qualche linea di febbre.
Di concerti del Boss ne sono seguiti altri, ma ancora aspetto di ascoltarlo dal vivo in versione acustica. Il live-storytelling-film Western Stars è ciò che è arrivato più vicino a quel desiderio della 18enne che sono stata – anche perché alcune canzoni hanno proprio il carattere di una versione orchestrale dell’album Devils and Dust, una su tutte Moonlight Motel.
D’altra parte Springsteen lo aveva detto nel teaser che l’idea era nata proprio perché non avrebbe fatto un tour per questo nuovo album solista ma che voleva comunque che queste canzoni si espandessero nella dimensione live. Sempre nel trailer chiarisce “Western Stars si posa su degli argomenti filosofici su cui ho lavorato per tutta la mia vita” e aggiunge “Spero di offrire un po’ di ispirazione e degli insight ai miei fan“. Per questo va oltre il concerto, oltre lo showcase. Spesso, nel lungometraggio, la sua è una voce narrante esterna che si appoggia a immagini di cavalli in corsa, lande desertiche, immagini candids, filmini privati portati sul grande schermo.
Tra primi piani e canzoni, Springsteen è un riassunto di contraddizioni in tipico stile americano: col cappello da cowboy e i gioielli da navajo, il suo volto ritratto ad arte rivela un profilo segnato dal tempo, ma fiero, vivido, un profilo mediterraneo, addirittura partenopeo, forse, che mi ricorda il volto di mio nonno che era di Caserta (e mi torna in mente che i nonni materni di Springsteen erano di Vico Equense, in Campania).
Più sopra ho parlato di formula cinematica-musicale, riferendomi a questo film, ma il concetto si può estendere a tutta la discografia di Springsteen, comprese le performance live, le versioni più teatrali e le soundtrack per il cinema; tutta l’arte di Springsteen è una pozione magica, un filtro, un siero, da bere o iniettarsi: chi lo ascolta magari non è mai stato negli Stati Uniti ma avrà sentito gli Stati Uniti scivolare dentro di sé. Con uno come Springsteen si può andare avanti a lungo in un travaso di vissuti, percezioni, memorie, condivisioni empatiche.

Un estendersi del pensiero frutto dei punti di contatto che Springsteen traccia sulla mappa emotiva tra lui e i suoi interlocutori. Springsteen riesce a farsi vicino per come intreccia un flusso di coscienza impietoso verso la sua zavorra interiore. Onesto, sincero, senza il minimo sentore di artefatto. Si guarda dentro e si lascia guardare, poi ti guarda dentro e ti costringe a guardarti dentro. E in tutta questa magia di rivelazioni, alla fine ascoltandolo sembra di avere anche la risposta alla domanda trabocchetto “Pesa di più un chilo di piume o un chilo di piombo?”. Nell’universo simbolico dove ci porta, sicuramente un chilo di piume è più leggero di un chilo di piombo, perché dipende tutto da come viene trattata la materia dei propri pesi esistenziali. Tra le Stelle del West e le Strade di tuono, Springsteen trasforma i suoi macigni in piume e le piume in canzoni, da tutta una vita ogni giorno da capo.

In copertina: Still image from Western Stars. © 2019 Warner Bros. Entertainment Inc. Photo: ROB DeMARTIN

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