ULISSE, MULTIFORME DESTINO

Un excursus sull’Odissea tra contenuto, forma e fruitori

di Francesco Moriconi

Ci voleva Carandini a costringermi a scrivere dell’Odissea di Nolan. O tempora, o mores!
Da giovedì scorso leggo che Nolan avrebbe tradito Omero. Costumi sbagliati, Elena col colore sbagliato, Ulisse che nomina l’Età del Bronzo mentre ci sta dentro. La lista si allunga ogni giorno su un presupposto solo: che da qualche parte esista un originale con cui fare il confronto.

Quel testo non esiste.

Quello che chiamiamo Omero è la fissazione scritta di secoli di canto orale. Negli anni Trenta Milman Parry andò in Bosnia con un registratore a incidere i guslari, cantori spesso analfabeti capaci di tenere a memoria migliaia di versi. Da quelle registrazioni venne la spiegazione delle formule omeriche: “Odisseo dai molti inganni”, “l’Aurora dalle dita rosate” sono pezzi prefabbricati di misura fissa, che il cantore incastra nell’esametro a seconda di dove si trova nel verso. Improvvisazione dentro un vincolo metrico rigido, davanti a un pubblico, con lo strumento in mano.
Nolan lo sa. L’aedo che apre e chiude il film è Travis Scott. Il regista ha spiegato di averlo scelto per il parallelo tra i cantori antichi e chi oggi tramanda storie tenendo il ritmo. La scelta di casting più derisa è l’unica che riproduce alla lettera il meccanismo con cui l’Odissea è arrivata fino a noi.

Aristarco di Samotracia e Aristofane di Bisanzio, che ne curarono l’edizione ad Alessandria, segnavano la fine dell’Odissea al verso 296 del ventitreesimo libro, quando Odisseo e Penelope si coricano nel letto che lui aveva intagliato da un ulivo ancora piantato nella terra. Restano fuori seicento versi: le anime dei proci nell’Ade, il vecchio Laerte riconosciuto nel frutteto, la faida con le famiglie dei pretendenti fermata da Atena.Erodoto (II, 145) riporta la versione secondo cui Penelope avrebbe generato Pan da Ermes. Nella Telegonia di Eugammone di Cirene, VI secolo a.C., poema perduto del ciclo epico, il figlio che Odisseo ha avuto da Circe sbarca a Itaca e ammazza il padre senza riconoscerlo.
Non cito Pindaro, Sofocle, Euripide, né il discusso passo della Teogonia in cui Circe genera a Odisseo il capostipite dei Latini.
Venticinque secoli di varianti, riscritture, espunzioni. Poi Zendaya fa Atena e crolla il mondo.

I grecisti, intanto, se la prendono comoda. Daniel Mendelsohn, che l’Odissea l’ha tradotta in inglese ricalcando l’esametro in un verso a sei accenti, riga per riga, ha difeso la scelta di Lupita Nyong’o ricordando che dell’aspetto di Elena non sappiamo nulla (ci torno tra poco). Che ogni epoca ne produca una versione è la cosa meno controversa che si possa dire di questo poema.
La prima opera della letteratura latina è l’Odusia di Livio Andronico, III secolo a.C.: una traduzione dell’Odissea che butta a mare l’esametro per il saturnio, verso italico. Nel primo verso la Musa diventa Camena, divinità delle sorgenti del Lazio. Virum mihi, Camena, insece versutum. Roma comincia a esistere come letteratura riscrivendo l’Odissea con i propri metri e i propri dèi.

E poi Dante. Inferno XXVI: Ulisse non torna a Itaca, non rivede Penelope, salpa oltre le colonne d’Ercole e affonda in vista della montagna del Purgatorio. Dante il greco non lo leggeva e Omero in latino non esisteva ancora, quindi lavorava su Virgilio, Ovidio, Stazio: ha riscritto il finale senza avere il testo. Nessuno in Italia ha mai chiesto conto della fedeltà filologica al canto XXVI.

L’altroieri Il Foglio ha pubblicato un’intervista in cui Andrea Carandini dichiara di non aver visto il film e di non volerlo vedere. Il film, sostiene, dà alle masse “l’illusione di impossessarsi di Omero”, perché loro di Omero non sanno niente.
Una cosa va riconosciuta: Carandini non cerca la fedeltà al testo. Dice che il guaio sta nella memoria perduta e che la tradizione va tradita nel senso etimologico del verbo, consegnata a chi viene dopo. Ha ragione sull’etimologia. Il nostos, il ritorno, è per lui la definizione del poema. Il suo rovesciamento integrale sta nel canto XXVI dell’Inferno, scritto da un fiorentino che il greco non lo sapeva. Poi giudica un film che rifiuta di guardare. Come se un archeologo pubblicasse la stratigrafia di uno scavo che non ha condotto.
Sull’attrice che impersona Elena, sostiene che sia stata presa per il colore della pelle. L’epiteto che gira sotto ogni post, Elena “dalle bianche braccia”, in greco è λευκώλενος: una formula metrica appiccicata a Era decine di volte, poi a Nausicaa, ad Arete, ad Andromaca. Serve a chiudere il verso. Trattarla come una fotografia segnaletica è l’errore che Parry ha smontato novant’anni fa.

Resta la parola: masse. Carandini ha presieduto il Consiglio superiore dei beni culturali dal 2009 al 2012 e il FAI dal 2013 al 2021. Otto anni alla guida della fondazione che ogni primavera apre al pubblico centinaia di luoghi chiusi, con migliaia di volontari e i soldi dei soci. Far entrare le masse dentro cose che non conoscono è stato il suo mestiere per oltre un decennio. Ora sostiene che le masse non sanno niente.
Mi suona un tantino classista. Il mito più influente della storia europea (qualcuno direbbe occidentale) lo è diventato perché popolare e tradito, appunto, dalle masse.
I cantori che Parry registrò in Bosnia si esibivano davanti a contadini che non sapevano leggere. problema di illudere le masse non se lo sono mai posto.

Illustrazioni di Jamila Campagna (Ulisse e i suoi seguaci, 2022)

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