DOPO IL DOPO FESTIVAL

di Jamila Campagna

La canzone italiana è un affare strano: iconica, eccellente, autoriale, alcune volte; scialba e approssimativa, altre volte. Mi sono sempre data come regola di non scrivere per stroncare qualcosa che non mi fosse piaciuto, un po’ per umiltà, un po’ per sana economia di spazio e di tempo, che sono sempre limitati e allora perché sprecarli parlando di cosa non ci è piaciuto invece di dedicarsi a ciò che abbiamo apprezzato? In questa occasione faccio uno strappo alla regola, perché quello che ho amato e quello che ho considerato scadente sono così intrecciati tra loro – in questo Sanremo 2017 – da non poter parlare dell’uno se non insieme all’altro.

C’è uno splendido libro di Nick Hornby che è il racconto in prima persona delle vicende sentimentali di un trentenne londinese irrimediabilmente appassionato di musica, un romanzo che proprio per questa passione si intitola Alta Fedeltà, High Fidelity, quella hi-fi dei giradischi e poi dei mangianastri e poi dei cd, con le loro casse e i loro amplificatori, quella hi-fi che è proprio una promessa di un ascolto sopraffino, oltre che uno spiccato doppio senso che mette sullo stesso piano – o sulla stessa onda – le faccende del cuore e le faccende del suono.

Tra pagina 26 e pagina 27 dell’edizione Guanda 2011 c’è un monologo del protagonista (che viene ripreso anche nell’altrettanto brillante adattamento cinematografico omonimo), un monologo che è un insight sulla musica e sulla vita:

Cosa è venuto prima, la musica o la sofferenza? Ascoltavo la musica perché soffrivo? O soffrivo perché ascoltavo la musica? Sono tutti quei dischi che ci fanno diventare malinconici? La gente si preoccupa perché i ragazzini giocano con le armi, perché gli adolescenti guardano film violenti; c’è la paura che nei giovani finisca per imporsi una specie di cultura della violenza. Nessuno si preoccupa dei ragazzini che ascoltano migliaia di canzoni – migliaia, letteralmente – che parlano di cuori spezzati, e abbandoni e dolore e sofferenza e perdita. Le persone più infelici che conosco, dico in senso amoroso, sono anche quelle pazze per la musica pop; e non sono sicuro che la musica pop sia stata la causa della loro infelicità, ma so per certo che sono persone che hanno ascoltato canzoni tristi più a lungo di quanto non siano durate le loro tristi storie.

Tornando a Sanremo 2017, tralascio tutto, tralascio i conduttori, gli ospiti italiani e/o internazionali, tralascio i comici (non tralascio la scenografia che mi è sembrata davvero mirabile) e, come il protagonista di Alta Fedeltà, che fa continue Top 5 di ogni cosa (nel film più ancora che nel libro), tralascio persino la maggior parte dei concorrenti e mi concentro sui primi 5 classificati. I primi 5, sì, non i primi 3, perché questo podio con tre gradini, questa volta, non bastava.

Ha vinto la scimmia nuda che balla – ha vinto la testa vuota della scimmia nuda, mentre a molti è sfuggito che la scimmia nuda sono gli esseri umani, gli individui, secondo l’antropologo Morris che Francesco Gabbani ha iniziato a citare già dall’ultima notte del Dopo Festival, quando un giornalista gli chiedeva se diventeremo scimmie nude e il cantante vincitore si trovava a sottolineargli che lo siamo già. E diciamolo, quando sei dentro una canzone – come dentro una poesia, dentro l’opera d’arte in generale – se una cosa la devi spiegare già c’è un problema di fondo.

Ormai il Festival è finito e già da ventiquattro ore i palinsesti sono stati ripristinati, la bolla della festa è scoppiata e l’informazione è tornata a parlare di politica, di attualità, di drammi, di cose complesse. Cose pesanti che gli italiani del 2017 vivono con insofferenza più che con sofferenza, fatti che sono digeribili solo se trasformati in fatterelli, in slogan, divisi in fazioni che evitano l’implicazione personale e fanno il lavoro e la fatica che dovrebbe fare ciascuno di noi per dare un senso quantomeno civico, se non etico, alla quotidianità. Ma d’altra parte l’intrattenimento serve proprio a questo, a staccare la spina, a distrarsi, a riempirsi le orecchie e gli occhi, e da lì lo spirito, di qualcosa che ci faccia respirare un po’ di più. E così si balla, ci si getta nel non-sense, si guarda lontano e ci si guarda dentro. Dice bene Monina nel suo resoconto finale quando dice che agli italiani piace la Supercazzola. Ma la vera Supercazzola ha la peculiarità di non significare niente sia nella forma che nel contenuto, è una frase fatta di suoni che ricordano parole e sembrano dire, comunicare qualcosa che sfugge di per sé perché frase non è: una treccia di significanti senza significati. Invece Gabbani fa un’accozzaglia di parole appartenenti alla presunta cultura “alta” – che lui di fatto sberleffa – e le mette in sequenza per fare un trattato scioglilingua che non dice assolutamente nulla. Significati insignificanti. Quasi come la banana che ‘ndo vai se non ce l’hai ma comunque non come se fosse antani. Il tormentone di Gabbani non ci libera nel non-sense – tant’è che ora ci si affolla a leggerci dentro Shakespeare, Eraclito, Schopenauer -, non ci fa guardare lontano e non ci fa guardare neanche dentro. Gabbani svuota, e basta.

Non affondo la critica su Fiorella Mannoia, seconda classificata con un inno alla vita un po’ scontato, perché non voglio infierire nel rispetto di tutta la sua carriera e del suo valore assoluto, quasi certa che lei stessa sapeva di essere sottotono, sia nella canzone che nella performance. Riprendo le tre righe di Hornby: “Cosa è venuto prima, la musica o la sofferenza? Ascoltavo la musica perché soffrivo? O soffrivo perché ascoltavo la musica? Sono tutti quei dischi che ci fanno diventare malinconici?”. Il questionamento è tutto sulla musica pop, nel senso migliore della definizione, e insiste ancora a mettere in linea cuori e canzoni. Pathos e Mūsikḗ, è una storia antica.

Cesare Pavese, in quella che mi sembra più un moto di rabbia che una sua effettiva certezza, ne Il Mestiere di vivere dice che “la grande, la tremenda verità è: soffrire non serve a niente.” La sofferenza è vana, forse, per capire il senso dell’esistenza, ma è imprescindibile se si vuole guardare dentro le cose, guardare sul fondo di se stessi. Lo raccontano le canzoni di chi ci ha messo la faccia, di chi ha parlato della sua esperienza personale, dei suoi tormenti e delle sue soluzioni, dal terzo alla quinta in classifica: Ermal Meta (con Vietato Morire), Michele Bravi (con Il diario degli errori), Paola Turci (con Fatti bella per te). Tre cantanti diversissimi tra loro che hanno parlato di sentimenti senza i cliché della dedica d’amore, senza retoriche melense, che nei testi e nella musica hanno trasformato dolore e insicurezze in orgoglio e coraggio, in fiducia in se stessi, rivoltando il lato tremendo della vita in un’occasione migliore. Tre canzoni che ruotano attorno a degli oggetti mistici – un ciondolo magico, un diario degli errori, un’emozione tanto forte che è capace di cambiarti l’identità, il nome -, tre canzoni che raccontano qualcosa di diverso ogni volta che le andiamo a riascoltare.

Tra un millennial che ha trovato la sua voce tra talent e youtube – Michele Bravi – e un autore e cantautore eclettico e ricercato, venuto da lontano – Ermal Meta -, Paola Turci ha raccolto i consensi di pubblico e critica: definita “serena, fiera e bella” dal sempre temibile Michele Monina e “l’artista più risolta” da Giuseppe Rondinelli, con Guia Rossi di Cosmopolitan che l’ha inquadrata a ragione come Musa del Festival. Tutto vero, perché Paola Turci non è semplicemente ritornata a Sanremo (e in televisione), piuttosto non è mai scesa dal palco in questi 16 anni passati lontano dall’Ariston, non ha mai smesso di sperimentare, di raccontarsi, di scrivere musica e pubblicare dischi, di incontrare a braccia aperte il suo pubblico, che nelle serate di Sanremo sembrava essere lì sul palco con lei, tanta era la carica sprigionata.

Al Festival – e alla scimmia nuda – non chiedo quale sia il senso della vita. Ma almeno, chiediamoci qual è il senso di scrivere canzoni, di inciderle e di salire su un palco a cantarle.

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